Pd, come evitare la scissione

L’immagine che sta offrendo in queste ultime settimane il Pd non può continuare per molto tempo. È un dato, questo, quasi oggettivo. Anche un grande partito, seppur plurale e fortemente articolato, non può tollerare, pena la disintegrazione progressiva, uno stillicidio quotidiano di accuse, polemiche, contrasti e, soprattutto, di visioni così marcatamente alternative. Ogni giorno assistiamo ad uno scontro politico dove prevale la volontà di delegittimare l’avversario interno più che avviare un dialogo legato alla comprensione, alla ricerca delle ragioni dell’altro e, di conseguenza, a garantire una comune ed accettabile convivenza.

Certo, ci sono responsabilità politiche evidenti di chi ha gestito sino ad oggi in modo quasi esclusivo il partito. Ma è inutile continuare a insistere su questo tasto. Conosciamo i limiti e i profondi errori politici compiuti dal Pd. Sono persin solari e così plateali che, francamente, diventa un esercizio retorico ricordarli tutti. Adesso, però, si tratta di capire come si può uscire da questo vicolo cieco che rischia, seriamente, di portare l’intero Pd in un baratro. Le opposte tifoserie, al riguardo, non servono alla causa. Sempreché non si voglia distruggere il partito trasformando profondamente la sua natura, la cosiddetta “mutazione genetica”. O in un soggetto che punta ad estromettere definitivamente la sinistra politica e sociale interna o, specularmente, riproporre vecchi modelli e vecchi schemi che sono ormai politicamente e culturalmente archiviati. E allora sono almeno tre le ragioni di fondo che devono essere messe in campo per invertire la rotta e sventare, se possibile, la deflagrazione del progetto nato nel lontano 2007 con la segreteria di Walter Veltroni.

Innanzitutto serve aprire un grande dibattito nel partito per ridefinire la sua natura, il suo profilo, la sua “mission” politico e programmatica. Un congresso anticipato? Forse. Una conferenza programmatica per correggere i troppi errori fatti in questi ultimi tempi? Forse. Una modifica dello statuto che non faccia più coincidere la figura del segretario nazionale con quella del Premier? Forse. Una primaria nazionale per decidere chi sarà il prossimo candidato a Premier del Pd o della coalizione se sarà prevista dalla prossima legge elettorale? Forse. Insomma, si tratta di vedere cosa. L’unico dato sicuro è che va organizzata una iniziativa politica che rompa l’attuale immobilismo e che ripristini un vero e proprio coinvolgimento democratico della base del partito, dei potenziali elettori e di tutti coloro che non si rassegnano a fare del Pd un semplice “partito personale” o un grigio “cartello elettorale”.

La seconda ricetta è quella di garantire diritto di cittadinanza politica a tutti nel Pd. Non la cittadinanza passiva ma quella attiva. Cioè tutti si devono sentire protagonisti e non semplici comprimari o, peggio ancora, come capita spesse volte e da molto tempo, banalmente tollerati. Non è possibile che il confronto politico nel Pd si areni attorno ad un tema che nella Dc o nel Pci - tanto per citare due grandi partiti popolari del passato - non ha mai fatto capolino. Non è pensabile che un partito di centrosinistra, riformista e progressista, non preveda un coinvolgimento pieno e fattivo di tutte le anime del partito. A cominciare da quelle della sinistra interna nelle sue varie e multiformi espressioni. È un riconoscimento del pluralismo che resta un aspetto costitutivo e centrale per la stessa sopravvivenza del Pd.

In ultimo, per fermarsi a queste tre sole considerazioni, va ripristinato un rispetto reciproco che nel partito si è andato smarrendo. Nel Pd, purtroppo, le correnti di pensiero, persin le correnti di potere, sono state soppiantate da bande organizzate che scorrazzano qua e là nella periferia italiana. Con tutte le conseguenze negative che una situazione del genere può creare. Un partito comunità ha le sue regole. E tra queste regole non possiamo non prevedere il comune rispetto per le opinioni altrui. Quante volte dobbiamo assistere ad una delegittimazione sistematica delle opinioni che vengono espresse nell’ambito della libera discussione nel partito. Soprattutto in periferia. È inutile stendere statuti, regolamenti, documenti e appelli e poi ridicolizzare sistematicamente le altrui opinioni. Soprattutto quando dissentono da quelle del “coro”.

Ecco, tre semplici indicazioni che potrebbero offrire una soluzione concreta per ripristinare un minimo di dialogo nel partito e sventare, alla radice, qualunque ipotesi di scissione e di divisione. Al riguardo, molto dipende da come in queste settimane il gruppo dirigente del Pd e gli esponenti più autorevoli delle varie componenti si comporteranno concretamente. Al di là dei proclami, delle chiacchiere e della propaganda.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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