TRAVAGLI DEMOCRATICI

Pd, caccia al tesoro ex Pci

In Piemonte la rete di fondazioni custode del patrimonio post comunista è un partito parallelo. Immobili, opere d'arte, lasciti dei compagni. Dalla Longo di Alessandria alla Bendini di Collegno. E in caso di scissione...

“Compagni, però questa non è una federazione del partito, è una fureria” tuonò, da par suo, Giancarlo Pajetta uscendo dall’angusta e un po’ scalcinata sede che, dopo l’intemerata del ragazzo rosso, i comunisti biellesi si affrettarono a sostituire. Mettendo mano a portafogli, cazzuole e pennelli si diedero una nuova casa che, decenni dopo, sarebbe finita in affitto al partito “erede” del grosso di quel Pci, nel frattempo passato per il Pds e i Ds. La proprietà, quella, è rimasta della Fondazione Biella Domani, una delle oltre venti che in Piemonte custodiscono il patrimonio che gli eredi in linea diretta del Pci si sono ben guardati dal far confluire nelle casse del Pd. Cosa che avvenne, nel 2007, anche per quanto riguarda la Margherita. Matrimonio politico, in regime di separazione dei beni.

Non si sa mai. E se il mai si trasformasse in forse, come in queste settimane in cui è aleggiata più volte la parola scissione con il volto di Massimo D’Alema e le gambe di una parte di piddini pronti sull’uscio, beh ecco che quella sorta di partito sotterraneo e parallelo potrebbe riemergere nel suo scorrere carsico facendo sentire tutta la sua forza. Economica, soprattutto. Perché se è vero come ribadisce con nettezza Wilmer Ronzani, politico di lungo corso, oggi presidente del consiglio di indirizzo di Biella Domani, che “sbaglia di grosso chi vuol far passare le fondazioni per un partito, o peggio per strumenti di una corrente piuttosto che dell’altra, mentre sono soggetti che si occupano di salvaguardare e diffondere i valori della sinistra”, è altrettanto vero che lo scontro tra il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e quello della rete delle fondazioni Ugo Sposetti non si è certo acceso sulle parole usate nel dibattito filosofico sulla sinistra, bensì sui numeri: quelli che farebbero la cifra tonda di mezzo miliardo di euro. A tanto sommerebbe “l’oro” del Pci. Non certo scomparso, ma ben custodito nelle decine di fondazioni sparse per il Paese che, pur autonome, fanno capo alla “Berlinguer” di Sposetti. Duemilaquattrocento immobili, centinaia di opere d’arte di cui non poche di altissimo valore, e un bel po’ di liquidi nei conti bancari. Bonifazi ha minacciato una class action promossa da ex iscritti ai Ds: “Quel patrimonio appartiene alla storia del nostro partito, non a una fondazione privata”. Risposta di Sposetti: “Abbiamo impedito il dissolversi di una storia. Le sedi ex Pci ed ex Ds sono a disposizione del Pd, non mi pare che ci siano immobili dell’ex Dc e Ppi a disposizione del Pd”.

La realtà, che vien fuori da più di un circolo dem, è un po’ diversa. “Ho già ricevute telefonate da segretari di circoli che mi dicono: la Fondazione dice che vuole vendere la sede, o la compriamo oppure dobbiamo cercarne un’altra” racconta Fabio Scarsi, segretario del partito per la provincia di Alessandria. La fondazione di cui parla è la “Luigi Longo”,  la più ricca del Piemonte e uno dei forzieri più pieni del Fort Knox edificato da Sposetti con un’architettura dietro la quale molti ci hanno visto l’ispirazione lungimirante di D’Alema. Stanno lì, nella “Longo” di Alessandria i due Guttuso citati in questi giorni, ma a formare un patrimonio che nell’ultimo bilancio pubblicato sul sito, quello del 2012, ammonta a circa 4 milioni di euro concorre anche una corposa dotazione immobiliare: una ventina tra uffici più o meno grandi, almeno una “casa del popolo” e altri locali sparsi un po’ per tutta la provincia, oltre alla vasta collezione di dipinti spesso messa a disposizione per mostre.

A presiedere, da anni, la Longo è l’ex tesoriere del Pd alessandrino Guido Ratti, amico di vecchia data di Sposetti. Ratti non è più iscritto al Pd, ma questo sembra non bastare al segretario provinciale dem per giustificare “una totale assenza di rapporto. Da quando sono stato eletto non l’ho mai sentito né incontrato. Ho sue notizie, anzi della fondazione, dai circoli che mi chiamano per dirmi che la proprietà vuole mettere in vendita i locali”. Il che, per Scarsi “ha del paradossale. Nel Pd ci sono iscritti che quando erano nel Pci, per costruire o comprare quegli immobili, ci hanno messo soldi e lavoro. E adesso per usarli dovrebbero ricomprarli dalla fondazione”. Che, al pari di tutte le altre costituite sul modello Sposetti, ha una peculiarità nella sua governance: i membri del consiglio di indirizzo al quale sono attribuite le nomine di presidente e cda (rinnovabili più volte nel mandato triennale), restano in carica a vita e nel caso si debba provvedere a una surroga questa avviene per cooptazione.

La grana del difficile rapporto tra Pd e fondazioni risparmia Torino dove per ripianare i debiti il partito vendette tutte le proprietà, compresa la storica sede di via Chiesa della Salute e non ci fu, pertanto, bisogno di creare alcun forziere. Diversa la situazione in quella che fu la cintura rossa attorno al capoluogo: a Collegno la “Bendini”, presieduta da Sebastiano Foti e che annovera nel consiglio di indirizzo, tra gli altri, l’ex sindaco Silvana Accossato (oggi consigliera regionale) e il parlamentare Umberto D’Ottavio, ha ricevuto in eredità dai Ds la Casa del Popolo costruita negli anni Cinquanta e la cui cerimonia di inizio lavori si aprì con il taglio del nastro da parte del futuro primo cittadino di Torino, allora senatore del Pci, Celeste Negarville. Ad Alpignagno i beni dell’ex Pci stanno nella Fondazione Chiri-Cullino, mentre a Vinovo i Ds la loro sede dovettero venderla per far fronte ai costi, ma poi, con una sottoscrizione, riuscirono a ricomprarsela.

Più a Nord, nella città di San Gaudenzio, c’è la Fondazione Novarese democratici di sinistra, anch’essa nella rete dell’associazione  “Berlinguer” alla cui costituzione, in Piemonte, lavorò una delle figure storiche dell’ex Pci: Gioacchino Sada, partigiano grande amico del padre di Piero Fassino, poi operaio alla Teksid e, molto più avanti, assai vicino a Sergio Chiamparino quando questi si candidò a sindaco. A proposito di un’altra scissione, quella figlia della svolta della Bolognina e della nascita del Pds, l’ex partigiano ebbe a ricordare un giorno: “Fu terribile anche perché noi del Pci avevamo un grandissimo senso della proprietà delle nostre sedi, del nostro patrimonio”. Parole che oggi suonano in maniera diversa, pronunciate da altri e in altro contesto. E anche quando non sono le parole a raccontare le beghe attorno all’eredità di famiglia, i fatti forse sono ancor più espliciti: a Settimo Torinese (come abbiamo raccontato nei giorni scorsi) il Pd quando è andato in Comune per prenotare gli spazi per la Festa dell’Unità, ha scoperto che era arrivata prima la Fondazione Pds, che detiene la proprietà delle strutture per la kermesse democratica e dietro la quale tutti hanno scorto il profilo del dalemiano Aldo Corgiat pronto nel caso scissione fosse.

Certo non si può liquidare la questione assai spinosa, tra Pd e le fondazioni, alle salamelle.  Apparirebbe riduttivo al pari di descrivere le fondazioni che pure svolgono una importante attività culturale, con dibattiti, presentazione di libri e altre iniziative nel segno dei valori della sinistra, come fossero solo casseforti. Le cui chiavi ora vengono reclamate da quel Pd renziano che, per i custodi del lascito, resta un erede illegittimo.

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