Il talento di Che Bergoglio

Di recente Papa Francesco si è lasciato andare alle solite dichiarazioni politiche/sociali affermando di fatto la totale sottomissione dell’individuo allo Stato ovvero al potere politico. Criticando chi evade ed elude le tasse che secondo il pontefice trovano ragione nel “reciproco soccorso umano”, ha eliminato la necessità e la bellezza della carità volontaria. Sarebbe da chiedere a questo punto al Papa perché non scioglie la Caritas e le altre organizzazioni caritatevoli cattoliche. Se lo Stato si occupa di solidarietà, perché dovrebbero esistere le altre organizzazioni caritatevoli? Oltre a ciò, se la carità diventa un obbligo statale e non più un atto volontario come può il buon cristiano conquistare il Regno dei Cieli se non può più operare il soccorso del fratello come scelta? Il libero arbitrio dove finisce? Dio offre al cristiano la scelta fra il bene e il male, ma se tutto diventa un obbligo burocratico, dove finisce la scelta?

Bisogna ammettere con molta franchezza che il passaggio da papa Benedetto XVI all’attuale papa rappresenta un decadimento totale. Anche chi non è cristiano non poteva far a meno di ascoltare o leggere Benedetto XVI. Si poteva non essere d’accordo, ma non si poteva non confrontarsi con il pensiero di Ratzinger. Con l’attuale papa il pensiero cattolico si è ridotto a chiacchiera da bar. Bergoglio si è scelto il ruolo politico di portavoce mondiale della forze anticapitaliste dimenticando i Vangeli e secoli di dottrina cattolica. Riportiamo la parabola dei talenti con un nostro breve commento che mostra come i concetti capitalisti sono ben presenti nel Vangelo. Aggiungiamo che spesso si dimentica che Gesù era un falegname ovvero un artigiano e oggi sarebbe una povera partita Iva vessata dallo stato. E il tutto non è casuale.

«Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». (Mt 25, 14-30)

La parabola dei talenti è interessante sotto molti punti di vista ed è piuttosto evidente che il padrone della parabola è Dio. La prima cosa da mettere in risalto, è l’ineguale distribuzione dei talenti, ovvero l’affermazione in forma poetica che nasciamo diversi costituendo ciò un primo affondo a tutte le teorie egualitariste. Poi si aggiunge che ognuno deve coltivare i propri talenti e otterrà i risultati proporzionalmente a ciò che ha ricevuto. Chi non coltiva i propri talenti non riceverà nulla, anzi gli verrà tolto anche quelli che ha. Ulteriore affondo alle teorie egualitariste. Siamo diversi alla nascita, e in base al nostro impegno otteniamo risultati diversi nella vita. Viene punito chi non fa niente, chi ha un talento e non lo mette a frutto. È un chiaro elogio della laboriosità e una condanna della pigrizia. Non sembrano quelle tante vituperate virtù capitaliste? Ma ancora, non solo lo sviluppo del proprio talento, ma anche l’incoraggiamento all’intraprendere. Il servo che seppellisce il talento non solo non mette a frutto ma è un pavido: sotterra quell’unico talento per non perderlo. Un evidente elogio al coraggio di intraprendere.

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