Capitali in fuga

Gli investitori stranieri scappano dall’Italia. Il Rapporto M&A Zephyr del Bureau Van Dijk sulle acquisizioni straniere in industrie italiane nel 2016 - pubblicato pochi giorni fa - informa che tali acquisizioni sono diminuite del 22%, passando da 83,6 miliardi di euro del 2015 a 65,5 miliardi di euro del 2016. Il Rapporto censisce tutte le acquisizioni, comprese le piccolissime. Quindi sottolinea che, numericamente, sono aumentate rispetto al 2015 essendocene state, nel 2016, 1.168 contro le 846 del 2015 (+ 38%). Però il valore finanziario complessivo è diminuito. Questo dato (non esaltante) si aggiunge a quelli (anch’essi poco lusinghieri) che compaiono nelle classifiche internazionali sulla capacità dell’Italia di attrarre investimenti stranieri. E’ al 45° posto nel Doing Business 2017 della Banca Mondiale, su 190 Paesi esaminati, e al 43° nel Global Competitiveness Index 2015-2016, su 140 Paesi esaminati.

Analizzando alcuni dati del Rapporto M&A (Merger and Acquisition, fusioni e acquisizioni) Zephyr, si trova che i Paesi che hanno investito di più in Italia nel 2016 sono la Francia per 9,3 miliardi di euro, gli Stati Uniti per 8,8 miliardi di euro, il Regno Unito per 5,6 miliardi di euro, la Spagna per 1,3 miliardi di euro e la Norvegia per 1,2 miliardi di euro. Guardando a questi Paesi, emergono però alcune variazioni sorprendenti se si mettono a confronto il 2015 e il 2016. La Francia aumenta da 3,6 miliardi a 9,3 miliardi. Gli Stati Uniti diminuiscono da 10,6 miliardi a 8,8 miliardi. Cresce il Regno Unito da 3,9 miliardi a 5,6 miliardi. Sostanzialmente stabile la Spagna con 1,3 miliardi. Scende la Norvegia da 8,9 miliardi a 1,2 miliardi. La tabella delle acquisizioni evidenzia il forte calo della Svizzera da 4,1 miliardi di euro a 414 milioni di euro, della Cina da 3,2 miliardi di euro a 220 milioni di euro, dell’Olanda da 12,1 miliardi di euro a 191 milioni di euro. Crollo degli investimenti della Germania in Italia nel triennio 2014, 2015 e 2016: 1,3 miliardi, 153 milioni, 74 milioni.

E le acquisizioni italiane all’estero come sono andate? Nel 2016, le imprese italiane hanno fatto shopping all’estero per 9,4 miliardi di euro (14% in meno rispetto al 2015). Nelle prime 5 posizioni, gli investimenti italiani hanno riguardato: gli Stati Uniti per 947 milioni di euro, l’Ucraina per 351 milioni, la Francia per 337, il Regno unito per 284 milioni e la Germania per 272 milioni. L’investimento più basso riguarda il Brasile per 8 milioni. Nei 9,4 miliardi, sono però compresi i 5,4 miliardi di euro investiti nelle Bermude. Si tratta del corrispettivo pagato dalla holding degli Agnelli Exor per acquistare l’intera compagnia di assicurazioni PartnerRe che ha sede nel minuscolo arcipelago in mezzo all’Atlantico. D’altro canto, risulterebbe che ben 10 mila società internazionali abbiano residenza alle Bermude (globalizzazione dell’economia o fuga dalle tasse?).

Per l’economia nostrana e per la sua crescita attesa da tempo, accertare una diminuzione del flusso di capitali stranieri non è un segnale confortante. Seguendo un rozzo pragmatismo, è immediato constatare che, se giungono capitali da fuori confine, cresce la massa di denaro disponibile. Se non ne arrivano, permane l’immobilità monetaria. Con la quasi totale certezza, il denaro fresco dell’investitore straniero - che vuole garantirsi la redditività del capitale sborsato -, verrebbe poi destinato ad investimenti (chi investe in un’impresa, non lo fa certo per distribuire un po’ di mance). Gli investimenti aumentano le capacità produttive dell’impresa, con verosimili ricadute sull’occupazione.

Raffinando un po’ le riflessioni, c’è da interrogarsi sulle ragioni del calo degli investimenti stranieri. E, quindi, sulla scarsa capacità del sistema Italia di attrarre quattrini. Su queste ragioni, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Alcune vengono additate da anni. Burocrazia lenta e farraginosa. Tasse e contribuzioni pesanti, inserite in un quadro legislativo indecifrabile anche a causa di continui e improvvisi cambiamenti. Lentezza della giustizia civile (in caso di contenzioso, un imprenditore non può attendere anni per sapere se ha ragione o torto). Difficoltà per l’ottenimento di credito. E altre a seguire, ben note anche a tutti noi.

Di tutte queste situazioni negative, c’è solo un autore: la classe politica. Questa, anziché occuparsi a tempo pieno di risolvere i problemi concreti che interessano la vita di cittadini e imprese nazionali ed estere, preferisce perdere anni in insulse discussioni su riforme costituzionali o su scelte macchinose di leggi elettorali, contrabbandate come unici interessi dei cittadini (che, di questi tempi, ne hanno ben altri, dall’occupazione, al reddito, alle tutele del welfare, ecc.). Possiamo fare un esempio attuale. Come noto, l’edilizia è uno dei settori ad ampia ricaduta economica. Nell’aprile 2016, è stato emanato, con roboanti suoni di tromba e rulli di tamburi, il Codice degli appalti pubblici. Lo strumento doveva facilitare ogni tipo di investimento nel settore, sotto l’occhio vigile dell’Autorità anticorruzione che garantiva contro “mazzette” e favori. Bene. Dopo appena 8 mesi, se ne constata il parziale fallimento e si procede alle indispensabili correzioni. Orbene, un fatto di questo genere può invogliare operatori stranieri a venire ad investire in Italia? Dove sta la certezza delle regole che l’investitore pretende per far fruttare i suoi capitali? Senza poi dire infine, sempre guardando alle insensibilità della classe politica, dell’esigenza di elaborare politiche industriali credibili che possano aumentare all’estero l’immagine delle imprese nostrane.

Le quali, se sono poco attrattive, hanno anch’esse qualche responsabilità. Cioè di non presentare – come gli investitori, esteri ma anche nazionali, si attenderebbero – capacità di saper creare valore aggiuntivo ai propri prodotti attraverso costanti e mirati processi d’innovazione. La chiave della competitività – che è poi quella che trascina gli investimenti – sta molto in questo.

Scorrendo ancora il Rapporto M&A Zephyr, è anche sconsolante constatare come soltanto 23 Paesi stranieri – molti dei quali anche vicini di casa - abbiano privilegiato l’Italia nei loro investimenti. Dei cosiddetti Paesi emergenti (Indonesia, Azerbaigian, Colombia, Perù, Messico, Cina, India, Kenya), sono presenti soltanto, e con cifre modeste, Cina, Messico e India. E anche su questo forse qualche riflessione va fatta.

A conti fatti, ci si può anche compiacere che, scambiandosi qualche letterina “amorosa” con l’Europa, si risolvano i problemi nostrani. Ma senza trasfusioni di capitali stranieri, la crescita prodotta con risorse interne (se mai arriverà) sarà sempre e soltanto asfittica. Questo checché si pensi di protezionismi e globalizzazioni.

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