Nessun distinguo sulla violenza

Il 23 febbraio parteciperò alla cerimonia di scoprimento della targa in memoria di Roberto Crescenzio, così come, lo scorso 16 novembre presi parte in via Paolo Veronese alla cerimonia in ricordo di Carmine Civitate. Il Comitato Resistenza e Costituzione del Piemonte nacque proprio in quei tragici anni, nel 1976, per difendere i valori fondanti la nostra Repubblica contro ogni estremismo.

Ho seguito il dibattito di questi giorni sulla distinzione tra “violenza terroristica” e “violenza politica”. Non nego che una differenza vi sia, ma, di fronte alla morte di un ragazzo di ventidue anni, innocente, arso vivo e che aveva solo colpa di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, credo non si possa indugiare su questioni di lana caprina. Condivido il pensiero di Gian Carlo Caselli: i distinguo nominalistici possono rappresentare un arretramento. Possono rivelarsi fuorvianti. Di più: possono recare nuovamente offesa a quel giovane, che fu vittima di violenza, e non certo una vittima di serie b.

Chi in quel maledetto primo ottobre di quarant’anni fa tirò delle molotov contro l’Angelo Azzurro non apparteneva ad organizzazioni terroristiche come le Br o Prima Linea, questo è vero. Certamente Lotta Continua non fu un gruppo “eversivo”, anche se alcuni componenti di quel movimento aderirono alla lotta armata. Ma è anche vero che il terrorismo trovò fertile terreno nel movimento studentesco e nelle file dell’autonomia: lì spesso trovò simpatizzanti, fiancheggiatori, giustificazioni alle proprie azioni. Ha senso distinguere, in quel particolare contesto storico, tra violenza terroristica e violenza politica? Possiamo tirare una netta linea di distinzione tra le azioni criminali dei gruppi clandestini che optarono per la lotta armata e le violenze compiute durante i cortei e le occupazioni, quando spesso le parole d’ordine erano le stesse?

In quegli anni 40 mila persone, per lo più giovani, sono state denunciate per atti di violenza politica, 20 mila di loro sono state inquisite per la lotta armata, 15 mila hanno conosciuto il carcere, 7 mila sono state processate per associazione eversiva, banda armata e insurrezione contro lo Stato; quindi un fenomeno sociale e politico, eversivo e sovversivo, diffuso, tutt’altro che marginale. Tra il 1969 e il 1982 si contarono 361 morti e 750 feriti.

Se il Comune di Torino avesse messo sulla targa di Roberto la frase “violenza politica”, probabilmente non sarebbe stato sbagliato, però chiedere oggi di modificare la targa in memoria di Roberto Crescenzio potrebbe apparire come un tentativo di introdurre dei distinguo, quando, pur nella difficoltà di una interpretazione comune di un fenomeno, di fronte alla brutale morte di un giovane e innocente ragazzo dovrebbe prevalere l’unità nella condanna.

Le targhe come quelle che ricordano Emanuele Iurilli, Carmine Civitate e Roberto Crescenzio, non dovrebbero alimentare nuove divisioni, ma contribuire a ricordare, soprattutto alle nuove generazioni, cosa ha significato per il nostro Paese la stagione del terrorismo e quante vite sono state stroncate dalla cieca violenza ideologica.

Per questo il 23 febbraio sarò presente.

*Nino Boeti, vicepresidente Consiglio Regionale del Piemonte, presidente Comitato Resistenza e Costituzione

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