Tre paletti a Orlando

La candidatura di Andrea Orlando alla segreteria nazionale del Pd è una buona notizia politica per almeno tre motivi. Una candidatura che, al di là del risultato - che speriamo, come ovvio, sia vincente - coglie una domanda politica a cui va data una altrettanto adeguata e pertinente risposta politica, progettuale e culturale.

Innanzitutto una candidatura che è espressione della sinistra politica, sociale e culturale che ha deciso di continuare la sua battaglia nel Partito democratico. E questo dopo una dolorosa e grave “scissione” politica ed organizzativa che rischia di danneggiare seriamente il ruolo e la prospettiva politica stessa del Pd. Una divisione che, come tutti sanno, è anche e soprattutto il frutto di una gestione politica, quella renziana, che è stata divisiva e radicalizzata in questi ultimi anni. Una gestione che è culminata con la divisione del campo della sinistra politica, sociale e culturale e che, purtroppo, apre la strada ad un possibile e potenziale rilancio politico del centrodestra e dello stesso Movimento 5 stelle. La necessità di avere una candidatura che sia espressione di quell’area politica è indispensabile anche per continuare a garantire un profilo politico di centrosinistra al Pd. Sarebbe quantomeno singolare che un partito come il Pd che ha messo in discussione, con la recente scissione, la sua natura fondativa ed originaria, dovesse rinunciare anche ad una candidatura espressione autentica, moderna e laica di quell’area culturale. E la scelta di Orlando, pertanto, coglie una domanda politica e riempie un vuoto che andava colmato al più presto.

In secondo luogo la concezione del partito. È indubbio che in questi ultimi tre anni, come sostengono tutti gli osservatori e i commentatori politici non faziosi o settari, il Pd si è progressivamente trasformato in un “partito personale”. L’ormai famoso “Pdr”, come lo definisce da tempo Ilvo Diamanti. Un partito che ha smarrito la sua identità e il suo profilo di partito plurale e, soprattutto, di partito inclusivo capace di saper valorizzare le varie sensibilità culturali presenti al suo interno trasformandole in ricchezza nella sintesi politica complessiva. Ora, l’obiettivo di Orlando di riproporre la concezione del partito comunità, plurale e inclusivo, non è nient’altro che il ritorno alla cifra originaria di veltroniana memoria. C’è bisogno di ritornare ad un partito che non demandi il tutto al “capo”, ad un partito dove la sua classe dirigente non si riduca ad una sommatoria indistinta di cortigiani, di gregari, di fedeli e di semplici esecutori e che riducono, al contempo, il partito ad una semplice emanazione di ciò che pensa, decide e trasmette il “capo”. Anche la concezione del partito risponde alla qualità della democrazia e alla volontà di rilanciare la partecipazione democratica. E anche su questo versante è necessaria una forte e marcata discontinuità politica, culturale ed organizzativa rispetto alla stagione renziana.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, la prospettiva politica del Pd. Si tratta, adesso, di coltivare e di consolidare una vera munita del centrosinistra. Favorire la ricomposizione di quel “campo progressista e democratico” che non può che essere il vero ed unico obiettivo politico del Partito democratico. Basta con il consociativismo con il centrodestra ma, soprattutto, basta con l’autosufficienza politica ed elettorale del Pd. Al di là del prossimo sistema elettorale e del sempre più probabile ritorno al modello proporzionale, la cultura delle alleanze non può essere respinto come un effetto innaturale ed estraneo alla stessa “mission” del Pd. È appena il caso di ricordare che in Italia, come diceva Mino Martinazzoli, “la politica è sempre stata la politica delle alleanze”. E un rinnovato e moderno centrosinistra non può che essere l’orizzonte prevalente se non esclusivo del Pd. E questo sin dai suoi esordi nel campo politico nazionale. Ora, per poter costruire un vero, largo e plurale centrosinistra, ci vuole anche e soprattutto una guida politica del Pd che non escluda questa prospettiva e che sappia declinare una vera “inclusione” politica. E il progetto di Andrea Orlando individua, in questa sfida, la vera novità politica del suo progetto alla guida del Pd.

Ecco, ho voluto ricordare solo tre aspetti, peraltro essenziali, che sono e restano centrali nella candidatura a segretario del Pd di Andrea Orlando. Il tutto in un clima di grande rispetto e di forte stima nei confronti degli altri candidati. Del resto, la delegittimazione personale, gli attacchi personali e la ridicolizzazione di chi si contrappone alla propria candidatura non possono e non debbono rientrare nello stile e nella prassi di chi punta a guidare una grande comunità politica come il Pd.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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