L’utopia dello sport per tutti

Il dibattito pubblico ha improvvisamente puntato le luci di scena sulle periferie metropolitane. I territori a perimetro dei centri storici negli ultimi anni hanno vissuto un’esistenza nascosta nell’ombra, salvo emergere dalle tenebre per merito delle pagine di cronaca nera e degli articoli redatti da attenti giornalisti di testate locali.

Nel tempo abbiamo avuto modo di scoprire i ghetti sorti a ridosso di Parigi, oppure a corona di cittadine più contenute in estensione quali sono Grenoble o Avignone. Le stragi integraliste compiute nella capitale francese hanno obbligato i media, tardivamente, a portare le telecamere ed i reporter nei luoghi dove il popolo vive, normalmente, in enormi alveari privi di negozi di prossimità e servizi alla persona.  Immagini di disagio e rivolte di strada ci hanno consentito di archiviare nella categoria “Fallimenti” alcuni importanti tentativi di urbanizzazione metropolitana in Belgio, oltre che in Francia, Inghilterra, Germania nonché nella civilissima Olanda.

La nostra politica locale, idemquella nazionale, ha dato per scontato che esistessero realtà chiamate Zen a Palermo oppure le Vele di Scampia a Napoli. Tentativi, anche in questi casi, di riduzione del danno affidati ad architetti che hanno immaginato di assolvere il compito confidando nelle caserme mascherate da residenze civili. Il sistema “istituto chiuso”, ossia carcere ed ospedale, è in tal modoentrato nella vita del quotidiano di tutti, comportando la semina di un disagio crescente nel tempo e di certo incontrollabile nella sua prossima deflagrazione.

In questi ultimi giorni un’ennesima presa d’attoha fatto sobbalzare molti sociologi e cittadini, oltre alle istituzioni: anche le metropoli del Nord Italia soffrono per la trasformazione di interi rioni, sorti soprattutto negli anni 60, in luoghi del malessere diffuso. La stessa capitale denuncia intere municipalità sospese tra illegalità ed emarginazione sociale. Alcune vie di Milano si contraddistinguono per la facilità con cui bande criminali, dietro cospicuo pagamento, abbattono le porte di alloggi popolari assegnati, e non, per dare casa ai propri clienti–committenti. Torino ha registrato il lento ed inesorabile abbandono politico dei quartieri periferici, da cui è derivato un altrettanto lento, ed inesorabile, incrinarsi delle comunità di appartenenza.

Tra alberi estirpati, mai sostituiti, e sostanziale abbandono delle proprietà comunali (strade, edifici ed aree verdi) la qualità della vita lentamente peggiora per tutti i residenti delle periferie, riservando maggiore alienazione ai giovani.

Il welfare, spesso affidato al privato sociale, non è sufficiente ad invertire la rotta della catastrofe metropolitana, mentre nessun ausilio utile a risanare la situazione giunge in soccorso dal sistema educativo e da quello sportivo: una resa incondizionata da parte del pubblico innanzi allo sgretolamento sociale in atto.

I servizi sociali di una delle circoscrizioni torinesi hanno redatto un appassionato appello rivolto alle Istituzioni. Due pagine vergate nella speranza di poter affrontare un problema oramai decennale: assicurare ai giovani, specialmente a chi tra loro vive al di fuori del centro storico, la possibilità di praticare sport senza conseguenti oneri per le famiglie di appartenenza.

Quello dello sport è il paradosso più significativo in capo alla cosa pubblica torinese. La Città annovera nel suo patrimonio piscine, palestre, campi da tennis edabasket, numerosi campi da calcio, ma non ha la capacità di consentire ai suoi giovani un accesso gratuito allo sport di base. La consistente proprietà cittadina, costituita tramite l’investimento di denaro pubblico (in sostanza quello dei contribuenti), non è gestita direttamente dall’amministrazione comunale bensì affidata ad enti ed associazioni sportive. Queste organizzano corsi a pagamento, che incidono sullecasse familiari insieme ai certificati medici ed alle costose attrezzature personali, lasciando qualche sparuto spazio ai giovani che sono segnalati dai servizi sociali.

Nel tempo la Città ha preferito abbandonare la gestione diretta degli impianti, data in origine a custodi ed istruttori comunali, per assegnare i medesimi alle grandi federazioni sportive o, più spesso, alle associazioni locali che in sostanza si presentano quali filiazioni delle prime.

Difendere un’area sportiva dalla concessione a terzi è impresa disperata a cui sovente corrisponde l’ira delle federazioni candidate all’affidamento stesso, le quali avviano immediatamente un gioco lobbistico avente l’obiettivo di fare dismettere il bene comune dall’amministrazione cittadina (comunale o circoscrizionale essa sia).

La concessione permette alla giunta di turno di non impiegare risorse per la manutenzione della struttura, ordinaria o straordinaria essa sia, e al concessionario di utilizzarla a fronte di un canone e l’obbligo di aprirla agli utenti anche organizzando attività a pagamento. In sintesi, le associazioni esercitano il loro diritto di godimento degli impianti in piena legalità sostenendo sino dove possibile le richieste di accesso gratuito allo sport, mentre la res pubblica sostanzialmente se ne lava le mani.

Un esempio è rintracciabile nella nuova bellissima piscina di corso Sebastopoli a Torino: costruita anche con fondi pubblici e subito affidata ad una realtà privata. Riassumendo, il comune ha la disponibilità di molti impianti sportivi ma non ha alcuna possibilità di farvi accedere gratuitamente i suoi giovani cittadini. Il paradosso è davvero immenso e segna un fallimento enorme della cosa pubblica che privatizza, abbandonando a se stessi gli strati più deboli della sua popolazione. Le ultime introduzioni di massa allo sport risalgono alla giunta Novelli che aprì le sale di medicina dello sport e le piscine comunali a migliaia di studenti provenienti dalle scuole elementari cittadine.

Welfare affidato al privato sociale, sport e cultura ad associazioni private. In Italia votare rischia di diventare uno sterile rito tramite il quale si giunge alla scelta di chi mandare al potere per curare proprie clientele e tagliare nastri, mentre la gestione della città viene decisa da consigli di amministrazione e dirigenti privati avendo cura soprattutto dei propri bilanci.

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