MODE & MODI

L’8 marzo del “presidento” Laus

Il numero uno di Palazzo Lascaris chiede scusa a nome di tutti gli uomini e detta le nuove regole del linguaggio politico in Consiglio. Un luogocomunismo stucchevole in nome dei diritti delle donne

La cenere di cui il presidente del consiglio regionale del Piemonte Mauro Laus si è copiosamente cosparso il capo, distribuendone in gran quantità pure sulle inconsapevoli e non sempre consenzienti zucche maschili, odora di piaggeria come, oggi, sa di mimosa ogni sdolcinata parola in favore delle donne. Sì, lo diciamo: quella “vergogna per noi uomini” che Laus dice essere rappresentata dall’8 marzo pare davvero una stucchevole concessione al “luogo comunismo”, a quello starnazzo dell’andazzo che contrassegna il mainstream così in voga tra i politici casalinghi (quello zeitgeist, come direbbero a Lavello). Mostrando sudditanza alla dittatura del politically correct, l’inquilino di via Alfieri non solo si pente e si duole ma attivamente si adopera a cambiare il linguaggio, va da sé “sessista”, in uso nelle istituzioni. “La parola cambia il pensiero” si intitola il “lavoro” che contiene le “linee guida” al quale il parlamentino piemontese dovrà attenersi per “l’eliminazione degli stereotipi e di tutte le discriminazioni linguistiche basate sul genere”anche nella redazione delle leggi regionali e “guardando al percorso non ancora concluso sul fronte della parità fra uomo e donna”.

Il presidente (o presidento?, visto il tema) ginocchia sui ceci, cilicio e digiuno afferma di provare “profondo disagio” al solo udire gli orribili “assessore” o peggio ancora “sindaco” rivolto a esponenti del gentil sesso (definizione anch’essa intrisa della più becera e bieca convenzione che risale ai trissottini dell’amor cortese). Ce ne dogliamo, sinceramente, per lui. Non osiamo immaginare cosa provi l’esponente dem di fronte al terzetto in corsa per la segreteria del suo partito composto tutto da uomini, uno dei quali per giunta barbuto. Urge nuovo bacio, come quello “omo” schioccato sulle labbra del coordinatore del Torino Gay Pride, Alessandro Battaglia. Ma l’importante è esagerare, e se hai in mano solo mosche prova a darci anche del tu, come cantava Jannacci.

Laus, come molti altri in un coro che pare quelli che intonavano l’Ave Maria dietro l’altare dopo aver tirato giù santi davanti al bancone del bar, maneggia la grammatica. Gli va dato atto della premessa: “Non vogliamo aggiustare la grammatica italiana , ma fare in modo che venga usata in modo corretto”. Acciderbolina (invece che il solito maschile perbacco), presidento. Ma, in fondo, come dargli torto, quando afferma che “siamo schiavi delle cattive abitudini”. Per un politico è un’ammissione cui tributare un solenne chapeau. I soliti mali della politica? Mavalà. “Finora è stato ritenuto naturale, anche inconsapevolmente, usare il maschile inclusivo”, questa la cattiva abitudine di cui liberarsi, con rapidi e tassativi cambi di vocali. La spending review sulle “o” è roba da far impallidire anche uno come Cottarelli. Se a rabbuiarsi di fronte all’“orribile appellativo di ministra” e all’“abominevole appellativo di sindaca” è già stato il presidente emerito Giorgio Napolitano e a proporre una soluzione con l’attribuzione di neutro al termine sindaco un’icona del giacobinismo giuridico come Gustavo Zagrebelsky, beh entrambi dovranno farsene una ragione. Perché “questa è una discriminazione della quale le vecchie generazioni dovranno scusarsi con le nuove”. Parola (giammai useremmo il maschile vaticino) di presidente. Ops, presidento.

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