LAVORO

“Giù le mani dai voucher”
Piccole imprese contro la Cgil

L'appello del presidente di Api Torino Alberto: "Sono uno strumento di flessibilità che non deve essere demonizzato". L'intervento durante la stretta nella trattativa tra governo e parlamento

“Le piccole imprese hanno bisogno dei voucher”. Nei giorni in cui il governo è al lavoro per riformare l’utilizzo dei buoni lavoro, scongiurando il referendum promosso dalla Cgil, il leader dell’Api di Torino Corrado Alberto interviene per difendere “uno strumento su cui si sta facendo molta propaganda”.

Perché se dei voucher hanno bisogno i privati cittadini o gli imprenditori singoli, ancor di più questo elemento di flessibilità nel mercato del lavoro risulta una risorsa preziosa per le piccole e medie imprese. “Verrebbe da pensare che qualcuno voglia favorire il lavoro nero invece di agevolare il corretto incontro fra domanda e offerta di lavoro” afferma Alberto a fronte della paventata esclusione delle pmi dall’utilizzo dei voucher. E soprattutto “confondere i voucher con il lavoro nero è un errore madornale che costerà caro a tutti”.  

Da giorni prosegue la trattativa tra governo e maggioranza e una delle ultime bozze prevedrebbe l’esclusione delle imprese dalla platea dei potenziali utilizzatori di voucher, con un nodo relativo agli imprenditori singoli. Insomma, si torna al passato, precisamente “al 2003, ripristinando la responsabilità solidale ai fini delle retribuzione, del rispetto degli standard contrattuali e contributivi a favore anche all’ultimo lavoratore impegnato nella catena dei subappalti” come chiede il presidente della Commissione Lavoro Cesare Damiano.

Al momento convivono due proposte. La prima è essenziale e sponsorizzata da Damiano e Patrizia Maestri, relatrice pd del testo unificato. Prevede di consentire l'uso dei voucher solo alle famiglie per pagare badanti, baby sitter, colf, lavoretti di giardinaggio, con tetto ribassato a 5 mila euro all'anno per voucherista (dai 7mila attuali). Con appena tre eccezioni: la pubblica amministrazione per gestire calamità naturali o manifestazioni straordinarie, i piccoli Comuni per retribuire disoccupati o disabili impegnati in operazioni di pubblica utilità, studenti e pensionati per vendemmie o raccolte nelle campagne. Tutto il resto è fuori: industria, commercio, edilizia, turismo, servizi. E dunque una gran parte degli utilizzatori, grazie ai quali nel 2016 la curva dei voucher ha toccato il massimo storico: 133 milioni e 826 mila buoni venduti. Ecco dunque la seconda proposta, caldeggiata da un pezzo della stessa maggioranza, ovvero l'Ncd, e dalla Lega: ricomprendere anche le imprese con zero o un dipendente. Inclusione innocua? Non proprio. Le microimprese italiane sono 2 milioni e 600 mila, dati Istat. Ovvero il 60% del totale. Un numero elevatissimo, distribuito per metà nei servizi e un terzo tra commercio, trasporti e alberghi. Il resto diviso tra costruzioni (13%) e industria (6%). 

Comunque vada per le piccole imprese sarà una battaglia durissima e quasi persa. “I voucher sono una riposta  efficace alle esigenze estemporanee di lavoro – prosegue Alberto -. È possibile pensare ad un loro miglioramento, ma devono essere mantenuti senza limiti di utilizzo. È necessario rispondere  con tempestività a tre esigenze che le pmi esprimono da tempo:  avere soluzioni snelle ai loro problemi, dare lavoro, incontrare i lavoratori. È questo che il Governo deve fare invece di andare dietro a suggestioni ideologiche prive di senso della realtà”. Alberto quindi conclude: “Di fronte a tutto questo, è da Torino, cioè da una delle aree industriali d’eccellenza del Paese, che si inizierà a dire le cose chiaramente”.

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