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“Boycott  Israele”, il germe antisemita degli intellos

A ispirare l'appello di 60 docenti dell'Università di Torino contro l'accordo con il Technion di Haifa è l'atavico pregiudizio di certa sinistra verso il diritto all'autodeterminazione degli ebrei. L'analisi del semiologo Ugo Volli

“Sono antisemiti. Loro magari pensano di non esserlo, anche se qualcuno in passato ha fatto battute su Israele che mettono in dubbio questa inconsapevolezza. Ma lo sono”. Ugo Volli, ordinario di semiotica del testo all’Università di Torino, appartiene dalla nascita alla comunità ebraica di Trieste (dove è nato nel 1948), si occupa da sempre di ebraismo ed ha assunto, in passato, anche posizioni critiche come quella verso l’atteggiamento “conservatore” del rabbino Riccardo Di Segni su omosessualità e unioni civili. Alcuni anni fa si presentò in aula insieme a un’altra docente avvolto nella bandiera israeliana per denunciare l’intolleranza di cui erano oggetto per il loro sostegno a Israele.

Nel pieno della polemica suscitata dalla presa di posizione di una sessantina di docenti dell’ateneo torinese (e della maggioranza del consiglio degli studenti) chiede al rettore Gianmaria Ajani di annullare gli accordi con il Technion di Haifa la scuola tecnologica israeliana contro cui da oltre un anno è partita una campagna di boicottaggio con l’accusa di sviluppare tecnologie che avrebbero conseguenze negative sui palestinesi, Volli smaschera i colleghi anti-Israele, ma ne ridimensiona pure parecchio il peso. “Dei sessanta che hanno firmato l’appello, tolti precari e pensionati, di professori veri ne resta meno della metà e una ventina su 1.800 docenti sono una percentuale irrisoria. Ma non per questo trascurabile visto il messaggio che lanciano” premette nel colloquio con lo Spiffero dove ritorneranno spesso termini come “antisemiti, “estremisti” e “noecomunisti”.

L’altra premessa che Volli formula riguarda proprio il rapporto tra atenei e questioni politiche internazionali: “Non mi risultano boicottaggi verso università russe, così come nei confronti di istituti statunitensi come l’Mit, che pure ha legami con il Pentagono. Per contro si chiede di recedere dall’accordo con una delle università tra le prime cinquanta al mondo, quando per trovare la prima italiana bisogna arrivare a quota duecento o giù di lì, che non riguarda assolutamente materie strategiche o legate agli armamenti”. Il riferimento è palese e riguarda le ricerche che l’ateneo torinese condivide con il Technion sulle coltivazioni agricole, la ricerca sul cancro e le analisi in medicina. “Insomma non è una fabbrica di guerra. Ma questo appare ininfluente a chi assume una posizione ideologica che ricorda quel che accadde 80 anni fa in Germania. Con una differenza: non ci troviamo di fronte a neonazisti o neofascisti, ma a neocomunisti per i quali resiste la dottrina di Stalin e la difesa, a prescindere, di qualunque cosa rappresenti la sinistra. E se serve a questo scopo, si attacca lo Stato di Israele, gli ebrei, si diventa antisemiti”. Spesso pensando di non esserlo, come osserva Volli, sia pure aprendo a qualche possibile consapevolezza.

“Ad ispirare questo appello, questo movimento nell’università sono sostanzialmente due intellettuale: uno è lo storico Angelo D’Orsi, l’altro è Gianni Vattimo di cui si ricorda una frase pronunciata anni fa”. Volli si riferisce a quando il filofoso del pensiero debole e dalla fortissima passione per la Cuba castrista disse, scatenando una ridda di critiche: “Non ho mai creduto al Protocollo dei Savi di Sion, ma ci sto ripensando”. Vattimo anche per fronteggiare le accuse di aver ammantato (sia pure in chiave provocatoria) di possibile verità uno dei più clamorosi falsi della storia, usato a piena mani dall’antisemitismo, in seguito precisò di non essere antisemita, ma antisionista. Non è tuttavia quell’uscita improvvida a fa muovere accuse di antisemitismo da parte dei Volli: “È, piuttosto un neocomunismo militante che li spinge ad esserlo, credendo o comunque sostenendo di non esserlo”.

Un atteggiamento che il professore di semiotica pare rilevare e trovarlo in una “incapacità da parte di settori della sinistra torinese di evitare una degenerazione di una solida e meritoria tradizione antifascista. Nella città dove si sono formati intellettuali e personalità di spicco della sinistra e dell’azionismo, si è tuttavia incancrenita, sia pure e per fortuna in parte assai residuale, una cultura che non ha capito che il mondo cambiava. Lo si è visto – ricorda Volli – anche negli anni bui del terrorismo, quando a Torino al contrario di città come Milano o Genova non è stata altrettanto forte la reazione verso fenomeni come quello dell’autonomia”.

Oggi, alla vigilia dei una decisione che appare probabile verso il diniego da parte del rettore alla richiesta avanzata dai sessanta docenti, Volli riconosce all’università torinese “e in primis allo stesso rettore, di aver tenuto la barra salda e un atteggiamento corretto, difendendo la legalità e tenendo ben separati il piano scientifico da quello politico”. Ricorda come “sia Piero Fassino, sia Sergio Chiamparino e molti altri esponenti della sinistra abbiano assunto da subito, da quando un anno fa si incominciò con questo attacco al Technion, posizioni chiare e di estrema intelligenza e correttezza. Detto questo, va ammesso che esiste una parte residuale di una certa sinistra che continua a pensare che non bisogna avere nemici a sinistra, anche se le idee e le proposte non sono giuste. Lo si vede anche rispetto al movimento No Tav, che pure spesso assume atteggiamenti violenti. E la vittoria del M5s a Torino può essere letta, in parte, come conferma di questa tesi”. Nell’attesa della decisione, prevista per domani, da parte del rettore sull’appello dei sessanta, Volli li descrive come “relitti abbandonati al loro destino su una spiaggia di una storia che non c’è più”.

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