Non basta l’entusiasmo  

Discutere di questioni politiche di questi tempi è ogni giorno più difficile. Il clima di sfiducia e di aggressività reciproca trasforma ogni scambio di opinioni in una rissa, sul modello dei talk show televisivi, che ormai le persone normali evitano di guardare.

Questo ha contagiato anche il dibattito all'interno del Pd, con molta incomunicabilità. La scissione ha aggravato le cose, con qualcuno che giudica Renzi una sorta di male assoluto ed altri che lo considerano l’unica speranza della sinistra italiana. Affermazioni che mi sembrano entrambe alquanto esagerate. Pervicacemente provo ad affrontare in modo razionale i problemi.

Al Lingotto si è avuta la manifestazione, ricca e partecipata, di una parte del Pd, presumibilmente maggioritaria. Per chi ritiene che il Pd sia casa sua, pur avendo un altro punto di vista, penso sia lecito sottoporre i risultati della kermesse ad una valutazione critica.

L’aspetto positivo, oltre all’entusiasmo e alla partecipazione, è stato l’emergere, disordinato ed estemporaneo ma creativo, di molte idee sul futuro. Alcune largamente condivisibili, altre meno. In ogni caso tutto nel solco della visione del mondo renziana, che viene coerentemente mantenuta e sviluppata. Ma non è questo il punto. Si è discusso molto di cosa fare, ma pochissimo o per nulla di come farlo e con chi.

La politica è l’arte di cambiare il mondo, ma, se non vuol essere solo suggestione, è anche l’arte di trovare la strada per farlo.

Si dice: “Ma chi più di Renzi ha dimostrato voglia e capacità di fare?”. Ne convengo: il bilancio, almeno quantitativo (nonostante il bicameralismo), è assolutamente superiore ad altre legislature, con ottimi risultati in questioni come i diritti civili che erano impantanate da tempo.

Questa capacità di fare, questa voglia di smuovere il paese spiega perché molti difendano Renzi sempre e comunque. Lo capisco, ma proprio qui sta il punto. Il governo Renzi ha potuto agire sfruttando due condizioni concomitanti: la maggioranza assoluta alla Camera e relativa al Senato di “Italia bene comune”, la coalizione messa su da Bersani, e il forte impulso dato dal Presidente Napolitano all’allargamento della maggioranza al centrodestra.

In altre parole, Renzi ha potuto usare la sua energia, indubbia ed efficace, all’interno di un contesto politico parlamentare da altri determinato.

Ma quella situazione politica si è conclusa. Ed ora Renzi deve costruire un’altra fase politica indicando come realizzare i suoi progetti. E qui il Lingotto non ha detto nulla di utile.

Occorre vincere le elezioni, nonostante dopo il 2014 ci sia stata solo una lunga serie di sconfitte. Occorre pensare ad alleanze, che allarghino il perimetro del centrosinistra. Ma con chi? Al centro non c’è granché e per di più precluderebbe accordi a sinistra (Pisapia ha già detto quel che pensa in proposito). A sinistra c’è un’area in riorganizzazione con cui sarebbe possibile allearsi, ma, come dice la Serracchiani, “mai accordi con gli scissionisti”. Ma allora con chi? Il Pd è stimato dai sondaggisti tutti da un minimo del 22% ad un massimo del 27%. Non basta l’entusiasmo di chi pensa ad uno sfondamento elettorale per raggiungere la governabilità.

D’altra parte è questa la ragione per cui Mattarella ha impedito a Renzi di andare subito al voto. La prospettiva di un parlamento senza maggioranza, persino con l’ipotetico soccorso a posteriori dell’odiato Berlusconi, è  inquietante. Ed è inquietante che il leader del Pd su questo non abbia una strategia. “Rieleggetemi e poi vedremo come realizzare i nostri sogni” è un modo di proporsi all’Italia che non funziona. 

Immagino che coloro che non amano le critiche a Renzi non possano essere convinti dagli argomenti pacati che sono alla base della candidatura di Andrea Orlando. Ma mi piacerebbe che si avesse tutti l’onestà intellettuale di ammettere, almeno a posteriori, quanto i fatti politici dimostreranno. Pronto a riconoscere di essermi sbagliato, ma non disposto ad accettare che la colpa di eventuali nuove sconfitte sia sempre degli altri.

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