TRANSUMANZE

Ncd chiude, liberi tutti
Berlusconi rivuole Costa

In Piemonte il mini-partito di Alfano si è ormai liquefatto. Bonsignore desaparecido, Rosso va con Fitto, Cantore tentato dalle sirene socialiste. Ma al ministro cuneese ponti d'oro per un ritorno in Forza Italia. Dietro le quinte lavora Ghedini

Lo chiamavano il mini-Ghedini. Quell’appellativo, rifilatogli da maligni detrattori, Enrico Costa se lo era scrollato di dosso riparandosi dagli schizzi sotto l’ombrello di Ncd e finendo a fare prima nel governo Renzi il viceministro della Giustizia che lo vedrà tessere un ottimo rapporto con il guardasigilli Andrea Orlando e poi salendo alla titolarità di un dicastero (quello degli Affari regionali e le Politiche per la famiglia). Riconfermato da Paolo Gentiloni, oggi il più volte deputato monregalese, figlio di quel Raffaele figura storica del liberalismo sabaudo che quando fu al ministero della Sanità fece rizzare i capelli più di una notte per i suoi blitz inattesi e improvvisi negli ospedali, torna ad essere associato al nome del legale di Silvio Berlusconi. Sarebbe, infatti, l’avvocato padovano l’uomo che sta tessendo la tela e costruendo ponti per favorire l’approdo del ministro piemontese nei ranghi di Forza Italia.

Questo dicono i rumors che quasi certamente Costa smentirà come spesso accade quando la questione è delicata e le notizie circolano portando con sé l’immancabile dose di verità mista a convenienze di varia natura e non sempre riconducibili a favore del diretto interessato. Ma tant’è: di un ipotetico riposizionamento di alcuni esponenti di primo piano dell’ormai fu Ncd si parla da tempo e non a caso. L’assemblea nazionale degli alfanoidi ha sancito la fine dell’esperienza così come è stata vissuta in questi anni dopo lo strappo con l’ex Cavaliere e il futuro di un grande centro è ancora tutto da costruire.

Va osservato che lui, il quarantasettenne avvocato che da Mondovì approdò a Roma per la prima volta nel 2006 eletto nelle liste di Forza Italia, non è mai stato uomo da spendersi tutto per il partito, preferendo dedicarsi, fors’anche avendone più attitudine, a ruoli governativi dove ha sempre riscosso stima e apprezzamento. Un profilo che potrebbe giovargli in un momento se non cruciale, certamente delicato come quello che si approssima e che vede movimenti in vista delle politiche del 2018. Anche nella sua regione, Costa ha sempre svolto il suo ruolo di coordinatore del mini-partito alfaniano senza troppo entusiasmo, facendo attenzione a non provocare strappi o tensioni. Rivendicando sempre la sua origine e il suo tratto liberale ha mantenuto – come nelle migliori tradizioni della vecchia politica, che non è mai tutta da buttare – lo stretto rapporto con il territorio e, in particolare, con quello che appare di fatto un feudo di famiglia – la famiglia liberale, ma anche dei Costa – ovvero la parte del Cuneese attorno a Mondovì. Al punto che i suoi orizzonti politici sono stati definiti da “Mondovìsione”

In Piemonte l’atomo alfaniano si è scisso più volte, con Vito Bonsignore ormai defilato, Silvio Magliano accasato nei Moderati, Roberto Rosso che va in “Direzione Italia” con Raffaele Fitto, Daniele Cantore tentato dalle sirene neo socialiste di Riccardo Nencini, Giampiero Leo impegnato in comitati umanitari ed ecumenici. Il suo unico esponente locale nel governo sarebbe invece tra i nomi che ad Arcore e dintorni vengono sottolineati con la matita blu. Buoni rapporti con il Pd, ma senza arrivare al malcelato concorso esterno in renzismo di una Beatrice Lorenzin, anzi. Costa il suo essere liberale e la sua collocazione in un centrodestra, magari non più nuovo, ma moderato li ha sempre rivendicati. Nota è la sua amicizia, corroborata da frequenti scambi di reciproci inviti a eventi politici in terra piemontese, con l’europarlamentare azzurro Alberto Cirio. Uno che mai rinuncerebbe a portare una della immancabili trifole ad Arcore per festeggiare il ritorno in Forza Italia dell’amico Enrico. E pure lo scampato pericolo di vedere candidata nelle sue terre una frizzante e arrembante Laura Ravetto.

A costruire il ponte più solido con Costa, per conto di Berlusconi, sarebbe però proprio l’uomo a cui venne associato l’attuale ministro degli Affari regionali: Niccolò Ghedini. E gli argomenti capaci di spianare la strada a Costa verso un ritorno sarebbero anche (sia pure non solo) quelli per cui all’epoca gli venne appioppata l’immagine di mini-Ghedini. Se la guadagnò, da chi gli rimproverava di essere stato in prima fila, nel ruolo di capogruppo alla commissione Giustizia della Camera, sul fronte della battaglia ingaggiate da Berlusconi: dal processo breve, al contenimento dell’uso delle intercettazioni, passando per la rivisitazione al ribasso della prescrizione della ex legge Cirielli. Ma il passaggio cruciale per Costa, quello che potrebbe ulteriormente fargli superare ostacoli (se ce ne fossero, e vista la questione delle candidature ce ne saranno) in casa azzurra, è l’indimenticato lodo Alfano: lo scudo per le più alte cariche dello Stato di cui fruì Berlusconi e che poi venne bocciato dalla Consulta. Di quel provvedimento Costa fu relatore, così come a lui va ricondotto pure il legittimo impedimento, altro strumento utilizzato dall’ex premier per rinviare alcune udienze dei processi.

Insomma, Costa è al governo con Gentiloni e Alfano, ma quelle voci su un possibile transito, percorrendo a ritroso la strada, verso Forza Italia potrebbe essere più di una boutade. C’è chi dice che tra i vertici berlusconiani qualcuno avrebbe ipotizzato la necessità di un incidente, di un casus belli,  per consentire al ministro di sfilarsi dalla compagine governativa prima della fine della legislatura, per consentirgli un meno difficoltoso cambio di campo. Ipotesi azzardata. Assai meno appare quella che Ghedini e il suo omologo in miniatura possano ritrovarsi sotto lo stesso ombrello, azzurro. Per adesso ad unirli è l'intuibile risposta alla conferma dei rumors: il silenzio.

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