Un congresso senza “clima”

Sarà perche mancano ancora circa 40 giorni alla data delle primarie. Sarà perché l'agenda politica italiana è occupata da altri temi ben più importanti. Sarà perché la crisi di consensi al Pd - almeno stando a tutti i sondaggi - e la recente scissione della sinistra interna distolgono un po’ l’attenzione, ma un fatto è indubbio: ad oggi non c’è affatto il “clima” del congresso. Ovvero, manca la cosiddetta passione che, di norma, caratterizza questo passaggio politico ed elettorale. Seppur interno ad un partito.

Ora, senza entrare nel merito delle mozioni, degli appelli e del profilo dei singoli candidati alla segreteria, credo sia importante rilevare almeno un dato: e cioè, il confronto politico nel Pd deve prendere il largo perché altrimenti si corre il serio rischio che diventi un “affare” tutto interno al partito, un po’ autoreferenziale e forse anche inutile ai fini dl rilancio del centrosinistra. Nonché del partito. E per poter centrare questo obiettivo è indispensabile evidenziare le profonde diversità politiche che caratterizzano i tre candidati alla segreteria. Mi riferisco, nello specifico, a Renzi e a Orlando che restano quelli politicamente più accreditati almeno per quanto riguarda i sostegni concreti che ricevono dal corpo vivo del partito. Seppur senza togliere nulla alla candidatura vivace e sfavillante del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano.

Un dato è abbastanza sicuro: dopo il 30 aprile il Pd è nuovamente destinato a cambiare. E di molto. Non essendo ormai più il partito di maggioranza relativa nel paese, è indubbio che il Pd o ridiventa un partito autenticamente plurale, fortemente democratico al suo interno, perno di una nuova e larga alleanza di centrosinistra, fedele alla sua vocazione originaria e fondativa, oppure sceglie un’altra strada. E cioè, consolida la sua natura di “partito personale”, trasversale sotto il profilo degli schieramenti politici in campo, fedele più alle indicazioni del suo “leader” che non alle varie sensibilità ideali e meno disponibile a costruire alleanze ma più funzionale a riproporre la cosiddetta “vocazione maggioritaria”. Seppur in un contesto politico tripolare e, quindi, profondamente diverso rispetto al ventennio berlusconiano.

Ecco perché, sotto questo profilo, il congresso e le primarie del Pd non possono e non devono essere rubricate ad un fatto di ordinaria amministrazione, burocratico o di mera acclamazione del leader di turno. No, dall’esito del congresso del Pd - dal numero dei partecipanti alle primarie e, soprattutto, dalle percentuali di voto dei vari candidati - capiremo anche quale sarà la prospettiva politica del Pd e del futuro centrosinistra nel nostro Paese.

Per questo semplice motivo il confronto e il dibattito che decolleranno - sempreché questo avvenga - richiedono che venga posta sul tavolo la vera sfida. Su questo non si farà, a pagarla saranno solo il Pd e il centrosinistra. È meglio che ciò non avvenga. Ma, per evitare che ciò si verifichi, deve appunto cambiare il “clima”. Servono più pathos, più entusiasmo e più partecipazione.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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