Due modelli di partito

Se è vero che è uno dei temi che dovrebbe caratterizzare il confronto all’interno del Pd in vista delle ormai prossime primarie, è bene che adesso questo argomento venga a galla ed emergano, di conseguenza, le vere diversità politiche, culturali ed organizzative. Sempre che ci siano. Parlo, nello specifico, del “modello” di partito che si vuol definire per i prossimi anni. E il tutto deve avvenire senza polemiche, senza accuse personali, senza delegittimazioni reciproche e anche senza contestazioni pregiudiziali. Ma, appunto, attraverso un confronto politico e di merito.

In sintesi, si confrontano, almeno sulla carta, due modelli di partito apparentemente alternativi: ovvero il partito personale, l’ormai celebre “PdR”, il partito di Renzi per citare molti commentatori politici tra cui il sociologo Ilvo Diamanti, e il cosiddetto “partito comunità”, ossia quel partito che si fonda sulla partecipazione attiva dei suoi organi senza demandare il tutto al “capo”.

Molti sostengono, io tra quelli, che in questi anni è effettivamente emerso nel Pd un nuovo modello di partito che ha superato, di fatto, le precedenti esperienze politiche ed organizzative. Si è affermato, cioè, un profilo di partito che ha individuato nel leader il suo punto di riferimento esclusivo. Attenzione, non è questa una specifica' del solo Pd. Anzi, quasi tutti i partiti italiani - per non dire tutti - si sono distinti e caratterizzati per la totale identificazione con le fortune e i propositi del suo leader, o del suo capo. È, questa, ormai una costante della politica italiana frutto e prodotto del berlusconismo che, dal lontano '94, ha spazzato le precedenti modalità organizzative dei partiti. Una sorta di “anno zero” dei singoli partiti che portano il leader ad essere determinante e decisivo per il destino politico e per la stessa sopravvivenza del partito.

Certo, un fatto è indubbio. Le fortune di un partito si basano anche, se non esclusivamente, sul “valore aggiunto” del suo leader. In tutte le principali democrazie europee questa resta una componente essenziale per tutti i grandi partiti popolari e di massa. Ma io ritengo che sia del tutto possibile far convivere il valore aggiunto del leader di partito con una reale democrazia interna allo stesso partito. Un grande partito democratico e plurale, del resto, non può riconoscersi solo nel suo leader e appaltare a lui e alle sue fortune il futuro di quel movimento. Anche perché c’è una regola non scritta ma vera che puntualmente irrompe in partiti del genere. E cioè, nei “partiti personali”, aziendali o proprietari che siano fa poca differenza, quando il “capo” va in difficoltà trascina dietro di sé l’intero partito. E questa, del resto, è la conseguenza concreta di ciò che capita realmente in casi del genere.

Ma c’è un altro elemento che rende, almeno nel Pd, ancor più necessario non assecondare alcuna deriva personale. Ed è quella natura plurale che era e resta un elemento costitutivo di questo movimento politico. E il riconoscimento del pluralismo non può però essere applicato in salsa berlusconiana. E cioè, prima si giura politicamente fedeltà al capo e poi si manifesta la propria appartenenza culturale. Questo è un pluralismo finto. Si tratta, al contrario, di trarre dalla pluralità ideale e culturale del Pd la ragione vitale per costruire una proposta politica in cui tutti si sentano protagonisti senza appaltare le scelte alle virtù miracolistiche e salvifiche del capo.

Ecco perché è utile che in questi ultimi 30 giorni di campagna congressuale, seppur un po’ fiacca e sotto tono, emerga questo confronto vero sul profilo e sulla natura del Pd. L’alfa e l'omega non esistono. Tutto si può conciliare. Per il bene del Pd e, aggiungo io, anche per il bene della democrazia italiana.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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