Cambiare logica, non solo tariffe

Non sono più i tempi della cinta daziaria progettata nella seconda metà dell’Ottocento dall’ingegner Pecco che all’epoca serviva a garantire risorse finanziarie alla capitale sabauda ma quel disegno può tornare attuale per cercare di cambiare il futuro della città. È notizia di questi giorni la volontà dell’amministrazione torinese di rivedere le tariffazioni della Ztl e dei permessi di parcheggi. Bisogna dare atto che è un provvedimento coraggioso e giusto ed in linea con il principio  di “chi inquina paga”.

Una lettura attenta però fa arricciare il naso. In primo luogo non c’è certezza che le eventuali risorse aggiuntive siano utilizzate per finanziare la mobilità collettiva (e sostenibile): posso accelerare un cambiamento culturale con una imposizione ma debbo fornire un’alternativa.

In secondo luogo pur trovando corretto far pagare di più anche la semplice occupazione di spazio pubblico non credo si colpisca in ogni caso la categoria di utenti giusta. Facciamo l’esempio di residenti di via Massena (una via a ridosso del centro, dove è difficile parcheggiare), marito e moglie che vanno a lavorare con mezzi pubblici e non sono così stolti da usare la propria auto per farsi una pizza in centro: perché tartassarli se non sono stati previsti parcheggi residenziali? Se lo scopo è quello di colpire comportamenti scorretti − l’abuso dell’utilizzo dell’auto in città − qui si compie un’ingiustizia sociale perché è una scelta ancora troppo drastica rinunciare ad un’unica auto di famiglia considerati gli attuali servizi di trasporto urbani ed extraurbani. Non sarebbe auspicabile trattare le auto come le case, prevedendo un forte rincaro delle tariffe per le seconde e terze auto di un nucleo familiare? Tralasciando pure il criterio dell’Isee che è un metodo rozzo (e si presta ad abusi ben noti anche all’interno della giunta comunale) per definire le tariffe, sul piano culturale l’immagine che resta è una guerra fondamentalista all’auto (rafforzata anche dalla giusta campagna contro la malasosta) che non fa comprendere i termini del problema e rafforza un conflitto che produrrà un nulla di fatto.

Se oggi non abbiamo più i netturbini ma degli operatori ecologici che ti riprendono se non differenzi bene, se oggi abbiamo qualche amministratore condominiale che propone il cappotto termico perché può aumentare il suo giro d’affari e far risparmiare i condomini, la ragione è da ritrovarsi nel cambiamento culturale (ancora in fieri, ben inteso). Questo processo nel campo della mobilità tarda ad avvenire. Manca una consapevolezza generale e i vari soggetti nella migliore delle ipotesi fanno progetti sperimentali o si avventurano con coraggio in una campagna di Russia.

Abbiamo perso delle grandi occasioni. Negli anni olimpici dove il boom immobiliare ha aiutato a riempire i vuoti urbani delle aree dismesse si è costruito mediocremente. Si poteva sfidare il futuro pensando a quartieri senz’auto. Altrove, fuori dall’Italia, negli stessi anni si è fatto. Oggi città senza particolari atout artistici o paesaggistici come Torino hanno numerosi visitatori che ammirano la qualità del vivere con meno auto, posteggiate fuori dalle vie di quartiere, nascoste, servite da ciclabili e mezzi di trasporto. Al posto delle auto ci sono giochi di strada, piazze, piante.

Siamo stati timidi anche nel proporre idee nuove e sostenerle con continuità. La giunta regionale guidata dalla Bresso tentò di incentivare il trasporto pubblico cofinanziando gli enti pubblici e le aziende che offrivano abbonamenti ai mezzi pubblici scontati ai propri dipendenti. La stessa giunta tentò di anticipare l’introduzione delle valvole termostatiche per ridurre gli sprechi del riscaldamento. Queste misure sono state abbandonate, si è derogato finché si è potuto sulle valvole termostatiche, i fondi ministeriali, oggi come allora disponibili, sono stati utilizzati per misure sempre diverse e largamente inefficaci. L’insipienza in politica ha preso il sopravvento su una capacità di programmazione, nascondendo i problemi ed incentivando gli interessi di parte.

È epoca di cambiamenti, cerchiamo di coglierli nella loro interezza senza arroccarci sui muri. La proposta del comitato #CambiamoAria di istituzione di un’area C a Torino è più moderna, trasparente nell’utilizzo delle risorse (miglioramento della mobilità sostenibile) e più equa (si potrebbe pagare sui consumi effettivi, sulla potenza dei mezzi, sui veicoli posseduti dai nuclei familiari) della proposta annunciata dalla giunta comunale. La cinta daziaria all’epoca servì per dare un impulso urbanistico ed economico oggi quei confini possono servire a ridisegnare la città in base a criteri di qualità della vita ben più attuali e urgenti.

*Domenico De Leonardis, mobility manager, @domedele

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