Il Pd non è la nuova Dc

Premetto che mi sono formato politicamente e culturalmente nella sinistra sociale Dc di Carlo Donat-Cattin. Oggi, seguendo un percorso comune a molti che hanno vissuto un’esperienza del genere - Dc, Ppi, Margherita e poi il Pd - mi riconosco nella sinistra sociale e culturale del Pd. Mi verrebbe da dire minoranza ieri e minoranza oggi. Ma, al di là di questo dato autobiografico ma utile per arrivare al nocciolo della questione, credo sia opportuno chiarire un equivoco che sta circolando sempre più frequentemente in questi ultimi tempi. E cioè, il Pd di oggi sarebbe una sorta di riedizione, seppur rivista ed aggiornata, della Dc di ieri? O meglio, il Pd renziano sarebbe destinato a giocare lo stesso ruolo centrista e centrale della storica Democrazia cristiana?

Ora, per restare nello spazio di un articolo e quindi sufficientemente brevi, credo sia corretto ricordare almeno quattro rapide riflessioni per evidenziare le profondissime differenze. Al netto delle diversità storiche, politiche e culturali che caratterizzavano quella stagione politica ed istituzionale rispetto a quella contemporanea.

Innanzitutto la Dc era un partito con una omogenea e granitica radice culturale. Certo, un partito molto articolato e composito al suo interno ma che comunque si reggeva attorno alla cultura cattolica e cristiana. Seppur con varie sfumature che si sono poi manifestate persin platealmente il giorno in cui questo partito si è dissolto per le ormai note motivazioni. Il Pd, al contrario, almeno sino all’avvento di Renzi, è un “partito plurale”, cioè nato con l’apporto di culture e di filoni ideali profondamente diversi tra di loro ma accomunati dalla spinta riformista e da una forte cultura di governo. Culture che hanno contribuito e che sono state determinante e decisive per lo sviluppo e la crescita della democrazia italiana.

Una seconda grande differenza è che la Dc ha sempre praticato e teorizzato una “leadership diffusa”. Non ha mai creduto nella tesi di un “uomo solo al comando” e, soprattutto, ha sempre respinto e combattuto quei leader che, ogni tanto, cercavano - seppur in tempi molti diversi da quelli contemporanei - di impossessarsi in via esclusiva del partito. Certo, la Dc ha avuto leader di grande statura e di grande autorevolezza politica e culturale. Ma il modello del “partito personale” è sempre stato lontano dall’impostazione e dalla prassi comune della Dc. Su questo c’è una alterità decisiva e fondamentale rispetto all’attuale Pd.

In terzo luogo, e questo forse è il dato politico di maggior diversità tra la concreta azione della Dc nella sua cinquantennale esperienza e quella del Pd renziano, è sul concetto di coalizione. La Dc, seguendo la miglior cultura cattolico democratica, ha sempre sostenuto che “in Italia la politica è sempre stata sinonimo di politica delle alleanze”. Cioè, il pieno riconoscimento del pluralismo avveniva nella capacità di saper costruire alleanze e coalizioni. Di governo, come ovvio, ma anche e soprattutto saper lavorare con altri per dare una risposta corale ai problemi del paese. Certo, partendo dai programmi ma sempre con la consapevolezza che senza costruire una vera alleanza si correva il serio rischio di cadere nell’arroganza del potere. Quindi, un no secco all’autosufficienza politica ed elettorale del partito e, di conseguenza, un no altrettanto deciso ad un potenziale isolamento politico del partito.

In ultimo, per fermarsi solo a questi elementi, la Dc - che ha vissuto in un’epoca storica e politica molto diversa rispetto a quella contemporanea - era oggettivamente il perno del sistema politico italiano. Per motivi nazionali ed internazionali. Un partito “di centro che guarda verso sinistra” per citare l’ormai celebre definizione di Alcide De Gasperi che però ha sempre declinato un ruolo protagonistico. Centrista sì, seppur riformista, ma anche centrale nella geografia politica italiana. Un ruolo che oggi il Pd non può più svolgere per il semplice motivo che nell’attuale tripolarismo nessuno può assolvere ad un ruolo centrale nello schieramento politico. Né a destra, né a sinistra e né sul fronte dell’antisistema. Il ruolo politico oggi te lo devi conquistare perché non ci sono più le rendite di posizione del passato e neanche le possibilità per declinare un ruolo politico protagonistico senza fare i conti con tutti gli altri attori in campo.

Ecco, quattro elementi per arrivare ad una semplice conclusione. E cioè, non c’è nessun confronto tra la Democrazia Cristiana e il Pd renziano di oggi. Troppe le differenze politiche, troppe le diversità culturali, troppe le distanze tra le rispettive leadership e, soprattutto, la Dc e il Pd non sono lontanamente paragonabili per il ruolo politico concreto che hanno svolto ieri e che declinano oggi. Si possono avanzare molte polemiche sul Pd renziano e sul ruolo politico del Pd in generale ma l’accusa di accusare il Pd di avere una “deriva democristiana” è una riflessione del tutto priva di fondamento per la semplice ragione che la Dc non centra assolutamente nulla con l’attuale Pd. Né sotto il profilo politico, né su quello culturale né tantomeno, sul ruolo concreto giocato nello scacchiere nazionale. Per non parlare delle rispettive classi dirigenti dove la differenza è semplicemente abissale. Si discuta di tutto, come ovvio, ma non più del Pd come il “ritorno della nuova Dc”. No, quello proprio non esiste.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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1 Commenti

  1. avatar-4
    11:20 Mercoledì 29 Marzo 2017 Vantguard PD vs. DC

    Una cosa l'ho capita: rimarcare le differenze tra DC e PD è aleatorio. Ma il fatto che NEMMENO un DC vuole mischiarsi col PD la dice lunga, molto lunga, lunghissima.

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