Un’impresa arrivare a 61

60 anni di Unione Europea: sei decenni che iniziano a segnare sul volto i primi segni di un invecchiamento preoccupante. Dal 1957 ad oggi molte cose sono mutate, tanta storia è passata innanzi agli occhi, spesso sbalorditi, degli europei.

Terminate due guerre mondiali ne è iniziata una terza, seppur fredda, ed il continente ha optato per imboccare una strada unitaria, pacifica, che permettesse da una parte di archiviare, per quanto possibile, i vecchi rancori derivanti dai due grandi conflitti e soprattutto, dall’altra, di affrontare insieme agli USA il nuovo avversario antagonista al capitalismo che si annunciava ad Est: l'Unione Sovietica ed il blocco del nascente Patto di Varsavia.

Dalla firma del trattato inerente il commercio del carbone e dell'acciaio, negli anni 50, si è giunti presto a siglare il trattato di Roma per assegnare in seguito, all’ancora giovane Unione, un parlamento ed una commissione esecutiva. L’integrazione tra i cittadini ha visto invece il suo apice con la rimozione delle frontiere e contemporaneamente grazie al varo dell’ambizioso progetto Erasmus rivolto ai giovani universitari.

Malgrado alcune importanti misure rivolte alla cittadinanza, l’Europa non è mai uscita da quella concezione prettamente commerciale che caratterizzava i suoi primi trattati fondanti. La sensibilità verso i popoli che compongono la nazione continentale ha sempre dovuto cedere il passo agli affari, e gli stessi percorsi democratici istituiti per l’Unione non sempre sono stati all'altezza dei buoni propositi annunciati.

All’interno degli stati membri, l’Europa rappresenta spesso niente altro che un buon scarica barili per giustificare le scelte impopolari dei governi al potere. In Italia più che altrove è cosa usuale ascoltare frasi che recitano “Ce lo chiede l'Europa” dopo ogni approvazione di misure che impongono forti sacrifici ai cittadini.

Monti, Letta e Renzi sono stati veri e propri profeti dell’europeismo vittimistico. In questo sessantesimo compleanno quegli alibi di comodo presentano il loro salatissimo conto: una sfiducia crescente nei confronti dell’Unione espressa con forza dalla popolazione, e manifestata con l’incondizionato ritorno in auge di tesi nazionalistiche nonché sovraniste: ideologie di cui non sentivamo minimamente la mancanza, dopo le tragedie che hanno generato negli anni ‘30.

Come funghi dopo le piogge autunnali, negli ultimi mesi hanno preso vita ovunque agglomerati politici di estrema destra che invocano a gran voce la morte dell’Unione Europea tramite eutanasia. Proposta resa appetibile grazie alla nascita (priva di controllo alcuno) della moneta unica, la quale ha consentito sfacciate speculazioni economiche finanziarie assegnando così il colpo finale alla fiducia popolare verso Bruxelles.

Il premier Gentiloni durante la giornata celebrativa romana ha elencato, nel suo discorso ai capi di Stato esteri, i problemi che affronta quotidianamente il nostro continente, trasformando subito i medesimi in giustificazioni della crisi che attraversa l’Unione stessa. Il premier ha fatto cenno ai fenomeni della disoccupazione, della crisi economica, dei flussi migratori e della guerra, senza però porre a se stesso, come ai suoi colleghi, un quesito fondamentale: chi è il responsabile di gran parte le tragedie che il mondo vive in questa fase storica.

Una domanda che probabilmente nessuno vuole farsi perché la risposta potrebbe essere terribile per la coscienza collettiva europea. La paternità della sfilata di tragedie fatta da Gentiloni è tutta in capo ai premier del vecchio continente, da Blair a Merkel passando dai vari italiani di turno: leader troppo sovente lassisti quanto rinunciatari ed assolutamente privi di senso dello Stato.

Non ammettere gli errori fatti in questi 60 anni, e specialmente dopo la caduta del muro di Berlino, si traduce in debolezza patologica e rughe sul corpo esangue dell’Europa stessa. Guerra e miseria sono spesso state le conseguenze di assurde scelte operate dalle cancellerie europee, in accordo con quelle statunitensi.

Bersagliata da alibi incrociati e cecità dei capi di governo, muore l’Unione e con essa la speranza di una pace duratura: sovranismo e nazionalismo sono all’antitesi di un'unione pacifica tra i popoli, nonché buoni sponsor delle industrie di armi.

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