Ma la cultura è un’altra cosa

Promuovere concretamente la cultura non è cosa semplice. Ci vuole una chiara visione di cosa sia la cultura, ci vuole una strategia operativa per realizzare progetti di ampio respiro, ci vogliono soldi per sostenere la realizzazione dei progetti. Spesso si corre il rischio di confondere la cultura con cose diverse che, seppur importanti e necessarie, restano comunque cose diverse. Mi spiego meglio con qualche esempio. Il teatro (inteso come l’arte della rappresentazione) è una forma di cultura, avere un teatro (inteso come luogo fisico) dove rappresentare spettacoli è sicuramente un modo, se ben gestito, per promuovere la cultura. La letteratura è un’espressione culturale, avere una biblioteca dove educare le persone alla lettura (e a tante altre attività che stimolano l’intelletto) è anch’esso un modo per diffondere cultura.

La storia è intrisa di cultura, quindi avere un museo dove mantenere in vita la memoria di qualcosa che segnò un’epoca (indipendentemente che si tratti di opere architettoniche, di personaggi o eventi importanti del passato, di civiltà o tradizioni, di arti o mestieri, di evoluzioni tecnologiche etc.) è un altro modo ancora per accrescere il livello culturale. Organizzare eventi è una cosa diversa dal fare cultura, anche se a volte ci si può avvicinare molto. Intanto una prima differenza importante tra cultura ed evento è data dalla componente residenziale della prima rispetto alla caratteristica di volatilità del secondo. La cultura infatti si basa sulla disponibilità di strutture statiche in grado di accogliere, di dare continuità al contenuto che si vuole trasmettere e di estenderne il più possibile la fruibilità da parte dell’utenza; l’evento invece è per sua natura estemporaneo ed occasionale, deve essere inteso più come attività ricreativa, in grado di attirare pubblico per promuovere l’immagine, il turismo e il commercio. Ha dunque uno scopo diverso.

Una stagione concertistica di musica classica che si tiene in un teatro o in un auditorium è cultura, un concerto rock che si svolge in uno stadio o in una piazza è un evento. Quasi tutte le città, grandi o piccole che siano, hanno le loro tradizioni che danno origine a eventi celebrativi ricorrenti (la festa del Santo Patrono, la sfilata dei carri carnevaleschi, il palio dei borghi, la rievocazione storica, i mercatini di natale etc.), tuttavia anche queste non possono essere considerate come manifestazioni strettamente culturali. Così come la cultura è un fenomeno maggiormente legato alle arti e alle discipline classiche e coinvolge necessariamente i professionisti che conoscono e praticano la materia, l’evento di costume è più orientato alla valorizzazione delle tradizioni popolari e si avvale del contributo operativo che può arrivare dal mondo del volontariato associazionistico.

Beninteso, non si intende fare discriminazioni tra discipline nobili e tradizioni popolari, non esiste una cultura di serie A e una di serie B, semplicemente sono cose diverse e come tali devono essere considerate e approcciate. Se non si capisce questa differenza si rischia solo di fare tanta confusione e soprattutto di gestire male entrambe le cose senza raggiungere gli obiettivi, diversi, che le due tipologie di attività dovrebbero porsi. Ho fatto questa lunga (e forse noiosa) introduzione per arrivare a poter dare un giudizio minimamente oggettivo (e non una semplice opinione soggettiva) di quanto sta succedendo a Venaria Reale (e magari anche in tante altre città italiane) dove si ipotizza di chiudere una Fondazione che, in teoria, dovrebbe gestire le attività culturali del Comune.

Data la premessa di cui sopra, mi sembra lampante il fatto che questa Fondazione, costituita nel 2008, non abbia mai saputo gestire la cultura (tranne una piccola parentesi tra il 2011 e il 2013) nonostante avesse in carico un teatro e una biblioteca. Queste strutture infatti non sono state sfruttate per elevare le conoscenze di chi le ha frequentate o per ampliarne il bacino d’utenza con un’offerta capace di raggiungere e fidelizzare nuovi potenziali utenti. Inoltre non è mai stata presa in seria considerazione la possibilità di integrare e diversificare le opzioni culturali disponibili realizzando per esempio un museo sul cui soggetto tematico ci sarebbero certamente state molteplici opportunità di scelta, non fosse altro che per la presenza sul territorio di un importante complesso storico-architettonico (la Reggia di Venaria) riportato agli antichi splendori grazie a un accurato restauro.

Invece di suggerire stimolanti sinergie, questa convivenza si è consumata nella separazione di fatto tra due universi paralleli non comunicanti tra di loro: la sfarzosa internazionalità della Reggia da una parte, il deprimente provincialismo della Città (con la sua inutile Fondazione) dall’altra. Con buona pace delle Amministrazioni comunali che si sono succedute nel tempo e che molte responsabilità hanno per questa situazione. Sì, perché giustificandosi con il pretestuoso alibi della progressiva riduzione delle risorse finanziarie a disposizione hanno lasciato che una Città della prima cintura metropolitana con forti potenzialità turistiche diventasse un amorfo paesotto di provincia dove sulla vera cultura ha prevalso il fenomeno di costume, strumento a basso costo ma efficace per accontentare gli anziani che amano ballare il liscio, le associazioni che ambiscono a guadagnare spazi solitamente poco accessibili, i commercianti che vogliono vedere un po’ di movimento per le strade, le diverse comunità etniche e confraternite parrocchiali che ambiscono a considerarsi punti di riferimento insostituibili del tessuto sociale cittadino. Tutti soggetti portatori di interessi di parte che si trasformano in bacino di voti quando è tempo di elezioni amministrative. Quindi perché non prendere i classici due piccioni con una fava: si fa contenta l’opinione pubblica (che non si lamenta e non protesta) e contemporaneamente ci si guadagna la rielezione al prossimo giro elettorale (in realtà le cose hanno poi preso una piega un po’ diversa!).

Ora va bene tutto, però scusatemi ma la cultura è un’altra cosa. La cultura è quella cosa che deve essere fatta per trasmettere emozioni, valori, insegnamenti, è quella cosa che deve essere fatta per gratificare i sensi e stimolare la riflessione, per accrescere le conoscenze e ampliare gli orizzonti. La cultura è quella cosa che deve essere fatta non per avere un ritorno economico (che tuttavia può anche arrivare, ma è un beneficio secondario) o politico ma per soddisfare un preciso bisogno che ogni comunità civile dovrebbe rivendicare: quello di nutrire il pensiero, educare i comportamenti, favorire il cambiamento. Il fatto che nella nostra epoca ce ne sia tanto bisogno è la dimostrazione lampante di come tutto ciò sia stato trascurato non solo a livello locale ma anche e soprattutto nelle politiche nazionali.

Tornando alla Fondazione di Venaria, sono dell’idea che per lasciarla così come è stata finora tanto vale chiuderla, non cambierebbe assolutamente nulla. Bisognerebbe invece pensare seriamente a come farla funzionare in modo efficace (un tentativo in tal senso fu fatto nel periodo 2011-2013 da un cda che avviò un processo di rinnovamento drasticamente interrotto perché era andato a minare equilibri politici delicati), ma questo presuppone che ci sia a monte una strategia culturale per la città. Una strategia che preveda il rilancio del teatro, il buon funzionamento della biblioteca, l’avvio di un progetto significativo per il rafforzamento e l’ampliamento del polo culturale esistente (proposte in tal senso sono già state presentate nel recente passato ma rimaste inascoltate), la definizione di concrete sinergie con la Reggia, la creazione di un circuito virtuoso con le strutture culturali presenti sul territorio più ampio che comprende Torino e la sua cintura metropolitana.

Ovviamente l’attuazione di una simile strategia richiederebbe un contributo di idee, di impegno operativo ma soprattutto di denaro fresco e abbondante proveniente da nuovi soggetti che vadano ad aggiungersi all’attuale compagine dei soci fondatori (in realtà il socio unico è stato sempre e solo il Comune di Venaria); e questa è la vera sfida, perché i partner importanti in grado di portare risorse significative si possono attirare solo con una progettualità di alto livello, non con le fiere di paese. Se anche l’attuale amministrazione comunale non si muoverà nella direzione giusta (come hanno fatto le precedenti), temo che Venaria sarà definitivamente condannata a rimanere assopita nel suo torpore culturale, impietosamente amplificato dal confronto quotidiano con l’universo parallelo della Reggia.

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