Bilancio senz’anima

Che i bilanci contengano numeri è un’ovvietà. Che però un bilancio non sia soltanto un insieme di numeri è ormai un’opinione condivisa da tutti. I bilanci hanno un’anima. Essa sta nella politica che un’azienda (pubblica o privata che sia) intende perseguire. Riferendosi ai bilanci pubblici, si sostiene anzi che il bilancio è il più alto atto politico che compie un’amministrazione pubblica. La politica del bilancio si concretizza poi in un programma, da realizzarsicon le risorse (finanziarie ed economiche) contenute nel bilancio stesso.

Dal dibattito sorto dopo la (tardiva) presentazione del bilancio preventivo della Città di Torino 2017, non è facile capire se questo bilancio abbia o non abbia un’anima. L’attenzione si è accentrata (almeno fino ad ora) soltanto sui numeri. Da una parte, si sottolineano le incertezze e le non corrette impostazioni contabili del documento. Dall’altra, l’Amministrazione ribatte rimarcando che il disastro finanziario lasciato del governo precedente ha imposto scelte di responsabilità nell’interesse della Città (evidentemente non dei torinesi, visti gli aumenti di tasse e i tagli dei servizi). Il discorso si ferma qui.

Eppure la Giunta comunale (anche in questo caso con qualche ritardo) ha elaborato un corposo (456 pagine) Documento unico di programmazione (Dup) per gli anni 2017-2021. E’ lì che dovrebbe stare l’anima del bilancio 2017 (e seguenti) della Città di Torino. E’ infatti nel Dup che l’amministrazione rappresenta la sua politica. Dice cioè cosa vuol fare. Poi redige il bilancio, ed indica in quella sede le risorse che utilizzerà per realizzare i suoi programmi. Nelle discussioni in corso, neppure la Giunta comunale sembra però interessata ad appellarsi all’anima del suo bilancio, cioè al Dup. Che pure ha redatto con ampi capitoli.

Secondo quanto previsto dalle norme, si parte dalla definizione degli obiettivi strategici di medio periodo.Poi però si sottolinea subito che questi “sono ricondotti alle missioni di bilancio” che ne rappresentano la parte operativa, parte “che ha un orizzonte temporale di riferimento pari a quello del bilancio di previsione”. Gli obiettivi strategici spaziano nel programmare l’infinità delle cose buone che s’intendono realizzare per Torino. E questo relativamente a: servizi istituzionali, generali e di gestione, ordine pubblico e sicurezza, istruzione e diritto allo studio, valorizzazione dei beni e delle attività culturali, politiche giovanili, dello sport e del tempo libero, assetto del territorio ed edilizia abitativa, sviluppo sostenibile e tutela del territorio e dell’ambiente, trasporti e diritti alla mobilità, soccorso civile, diritti sociali e politiche sociali e della famiglia, sviluppo economico e competitività, formazione professionale e relazioni internazionali.

La programmazione strategica viene poi articolata in obiettivi per tutti i settori dell’amministrazione. Si espongono le azioni da compiere, il cronoprogramma per la messa in opera di ciascuna e gli indicatori di performance (kpi), vale a dire i sistemi che saranno usati per misurare la realizzazione delle azioni. La costruzione è ineccepibile. Alle critiche sul bilancio si potrebbero dunque opporre tutti questi elementi, di cui ogni cittadino può prendere atto (e poi magari attrezzarsi per controllarne l’attuazione). Con una nota purtroppo indigesta. In tutti i settori ci si prefigge di fare tante cose virtuose. In materia di tasse, c’è un solo obiettivo: “Migliorare l’attività di accertamento e riscossione al fine di avere un incremento di cash flow”. L’incremento del cash flow è il solo indicatore di performance. Quindi, nessuna illusione di una revisione generale della tassazione comunale per far discendere Torino dal podio delle città più tassate del Paese.

Dalle esposizioni astratte, si passa a quelle concrete. Vengono indicate in una cosiddetta “Sezione operativa”. Una ricca messe di dati, istogrammi, indicazioni di risorse per finanziare missioni e programmi, piani delle dismissioni immobiliari, delle acquisizioni di beni e servizi, di programmazione delle opere pubbliche, ed anche di gestione dell’indebitamento richiederebbe approfondite analisi per verificarne la coerenza con i dati finanziari ed economici esposti nel bilancio, annuale 2017 e triennale aggiungendo il 2018 e il 2019. L’esame consentirebbe di accertare non soltanto la virtualità ma anche la concretezza dell’anima del bilancio, elemento indispensabile per apprezzarla. Senza valutazioni di questo genere, il bilancio resta un complesso di numeri generici ed anche opachi.

Va detto che il legislatore, disciplinando in questa maniera tutto l’impianto contabile degli enti locali dal Dup al bilancio di previsione, alle relazioni e note integrative, ha voluto dare all’attività dell’ente locale la massima trasparenza. Sembra quindi andare poco in questa direzione la telegrafica affermazione esposta nel blog della Sindaca Chiara Appendino del 24 marzo. Annunciando la presentazione del Bilancio di Torino 2017, conclude dicendo: “Adesso i nostri sforzi aumenteranno per incrementare ulteriormente queste risorse al fine di intervenire in sostegno dei settori maggiormente scoperti. Le idee e i progetti in questo senso sono tanti e ve ne parlerò ampiamente mano a mano che si concretizzeranno (sapete che mi piace parlare delle cose quando sono fatte)”. Se si pensa in questa maniera, allora è evidente che il bilancio di Torino non ha un’anima. E lo stesso Dup, evidentemente predisposto per solo rispetto delle norme, non interessa neppure a chi l’ha preparato.

A conti fatti, mentre c’è un gran fermento in altre città - ed in primo luogo a Milano - per sfruttare occasioni derivanti dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea e accaparrarsi agenzie e uffici che finora sono stati lì (Agenzia per i farmaci – Ema, e quella per le banche – Eba), per ora a Torino ci si accontenta di fare un po’ di dibattito contabile su un claudicante bilancio. Se poi avverrà altro, lo sapremo a cose fatte.

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