Il regista della Paura

I film horror narrano un mondo terribile, fatto di incubi e disgustosi flutti di sangue. La loro trama snocciola uccisioni improvvise, decessi agghiaccianti, risvegli nel cuore della notte tra fantasmi e spaventose creature, rapimenti alieni che avvengono sempre in camera da letto. Osservandoli bene si nota come raramente un maniaco, magari armato di motosega, oppure un “grigio” di altri mondi, insegua operai altrimenti panettieri alle prese con il lievito madre. Quasi sempre le vittime di tanta inimmaginabile violenza sono persone medio borghesi, che vivono serenamente poiché protetti dalle mura delle proprio villette poste ai piedi di fitte radure o gradevoli parchi.

Viene il sospetto che le sceneggiature noir siano immaginate con l’unico scopo di spaventare la classe sociale medio-alta, atterrirla per costringerla in una quotidianità intrisa di allarmi casalinghi e fucili da caccia posati a fianco del letto. Il terrore cinematografico spesso si mescola ad una realtà fatta di occasionali, seppur efferati, atti criminali a danno della proprietà privata: una miscela di fantasia e non che genera nelle persone un percezione di assedio perenne. La sensazione di totale accerchiamento che costantemente affligge le famiglie residenti nei quartieri bene, e quasi bene, si affianca al fiorente disagio provato dagli abitanti di molte periferie, i quali cercano disperatamente un nemico “facile” a cui addebitare le cause dei loro innumerevoli guai.

La paura è, in un modo come nell’altro, la grande protagonista di questi terribili tempi. Indotta magistralmente, diventa agevole fautrice di odio che, a sua volta, crea altra paura: un vortice creativo ed inarrestabile. Hitler, in piena depressione economica tedesca, riuscì a creare il capro espiatorio perfetto individuando nella compagine “massonico giudaico plutocratica” la causa di ogni male del popolo germanico. Nelle democrazie moderne è possibile trovare variegati elementi di distrazione di massa, scegliendo all’interno di una rosa di categorie (possibili generatrici di paura) molto più ampia rispetto al passato.

 Un esempio dei miracolosi effetti procreati da azioni che generano timore collettivo, è rintracciabile nella costruzione immaginaria della società che la ricca imprenditrice Santanchè, post fascista ora berlusconiana, getta regolarmente in pasto all’opinione pubblica. L’esponente politica di destra predica continuamente la difesa ad oltranza della sacra res privata da chiunque la minacci: parole che trovano seguito in molti spettatori televisivi, specialmente tra coloro che si illudono di possedere un patrimonio paragonabile a quello della facoltosa deputata. In sintesi anche i poveri vogliono condividere il senso d’assedio di cui sono virtualmente vittime i plurimilionari: un vero miracolo moderno attribuibile a fenomeni di comunicazione spregiudicata ma soprattutto efficace.

La paura divide ma al contempo è pure abile a creare comunità. Un esempio eclatante giunge dai movimenti identitari del Sud Italia che hanno individuato in Lombroso e nel Forte di Fenestrelle due perfetti alibi adatti a convogliare il frutto della paura che attanaglia i loro concittadini. Il meccanismo è sempre il solito: paura a fronte di una crescente disoccupazione, e altrettanta povertà, che si tramuta in odio sapientemente indirizzato contro immaginari lager risorgimentali e altrettanto improbabili tesi antimeridionaliste lombrosiane. Un mix a dir poco perfetto per chi ha ben chiara un’idea di potere locale costruito su un immaginario, quanto detestabile, nemico comune perfettamente adatto allo scopo di creare identità collettiva militante.

Nei quartieri ai margini della metropoli la paura ancora una volta diventa odio, vestendo i panni di una diffusa rivolta contro “Chi ci ruba il lavoro”: emigrati, rifugiati, Rom ed “emarginati” vari. Ovunque mamme angosciate, più che altro vittime del panico, gridano vendetta senza avere chiaro di cosa debbono vendicarsi e con chi sia doveroso prendersela.

 Intere cittadinanze fanno quadrato intorno al sindaco che rifiuta asilo a mamme di altre etnie, anche quando si presentano con bimbi in braccio, mentre uomini non certamente ricchi chiedono più sicurezza per difendere il loro “poco più di niente”.

Naturalmente la paura regola pure i rapporti tra Stati e nazioni (paura del Nord nei confronti del Sud, dell’Ovest nei confronti dell’Est) così come disciplina le relazioni conflittuali tra quelle religioni che dovrebbero invece sostenere la spiritualità umana (in un contesto allucinante del “Tutti contro tutti, reciprocamente armati”).

Il regista occulto, o meglio i registi, di questa grande rappresentazione della guerra tra poveri dimostra essere un vero e proprio genio del Male: egli individua la paura latente di una singola categoria sociale per poi svilupparla, sino a trasformarla in odio e rancore verso il disperato di turno. Dieci camper parcheggiati vicino ad un giardino di periferia creano allarme nella comunità se ospitano Rom, ma al contrario fossero gli stessi occupati da amici di Flavio Briatore produrrebbero curiosità e desiderio emulativo (a parità di educazione civica tra i due gruppi di camperisti).

In questo mare di terrore come non rimpiangere le ideologie novecentesche. I marxisti erano coscienti di come alla causa proletaria non fossero utili la paura e l’odio. Non avevano dubbi sulla necessità di una presa di coscienza collettiva in merito allo sfruttamento a cui era sottoposta la classe lavoratrice, tramite la quale sarebbe diventato chiaro a tutti contro chi indirizzare lotta e legittime istanze.

Probabilmente nel 2017 la situazione è ancora la stessa denunciata da Marx nel diciannovesimo secolo: un sistema sociale fatto di dominati e dominatori. Una solamente, ma fondamentale, la macro differenza maturata negli ultimi decenni del secolo scorso: i dominatori nel tempo si sono fatti furbi ed hanno lavorato per rimuovere le premesse da cui sono nate le grandi rivoluzioni europee, mentre al contrario i dominati si sono gradualmente trasformati in esseri ingenui, isolati e stupidi. Dominati tanto instupiditi da poter dare loro in pasto la paura adatta a distrarli dai problemi reali. Prolifera in tal modo l’utile odio tra sfruttati, e al contempo i dominatori globali si arricchiscono giorno dopo giorno senza mai essere sazi. Padroni eterni grazie ad un oceano di paure create ad arte.

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