Trump, il protezionismo e l’Europa

Il presidente degli Stati Uniti, come promesso in campagna elettorale, sta procedendo con una politica protezionista minacciando dazi fino al 100% su alcune merci. Come accennato in un nostro precedente articolo (Dai consumatori ai produttori), il protezionismo danneggia i consumatori finali trasferendo ricchezza verso i produttori protetti. Nel caso dei dazi verso l’Europa si tratta di una ritorsione per il blocco attuato dall’Unione Europea verso la carne agli ormoni prodotta ed esportata dagli Stati Uniti. Un caso come questo ci permette alcune considerazioni. La prima è che un mercato unico è l’opposto di un mercato libero (Mercato, se unico non è libero). Se l’Europa fosse veramente un mercato libero dovrebbe permettere l’importazione della carne americana e poi sarebbe il consumatore a scegliere se comprarla o meno. Dopotutto chi ci dice che i burocrati europei hanno ragione sugli ormoni e gli americani torto? Non mi pare che dall’altra parte dell’oceano muoiono in giovane età. La seconda considerazione è che per il consumatore è meglio evitare ritorsioni. I produttori di carne americani sono ovviamente danneggiati dal blocco europeo e di conseguenza assumono meno personale, comprano meno mangimi e così via. Il cittadino americano sta subendo questo primo danno. Se si attua una ritorsione mettendo dazi alle merci importate, il cittadino americano sarà danneggiato una seconda volta, perché dovrà pagare di più ciò che prima pagava di meno. Per il cittadino sarebbe meglio anche in presenza di dazi e contingenti da parte di altre nazioni mantenere il proprio mercato libero.

Detto questo è naturale che in presenza di trattative si possono utilizzare i dazi come strumento di pressione per far addivenire a più miti consigli l’eventuale partner. Non bisogna però dimenticare che la politica ha un aspetto elettorale e per quanto razionalità suggerisca che nonostante si subiscono limitazioni alle proprie esportazioni, è meglio non alzare barriere alle importazioni, i politici devono rispondere ad un elettorato e pertanto per accontentarlo o per dimostrare forza e decisionismo possono usare i dazi come moneta elettorale. Sui media il presidente Trump viene descritto nella più classica accezione di “brutto, sporco e cattivo”, ma in realtà questo provvedimento dei dazi era in preparazione da parte della precedente amministrazione Obama. Strano che provvedimenti fatti da Obama vengono osannati, gli stessi fatti da Trump vengono deprecati. Non dispiacerebbe un minimo di coerenza.

Terzo e ultima considerazione che sfiora quasi il ridicolo nella sua assurdità, è la scoperta di una maggioranza liberoscambista in Europa e in Italia. Fino a qualche tempo fa ci si scatenava contro il TTIP, il trattato di “libero scambio” fra Usa ed Europa e ora invece di gioire per la nuova era di protezionismo, ci si stracciano le vesti per i dazi americani. Tra l’altro sui trattati commerciali si possono fare le stesse critiche che si possono fare al mercato unico che è cosa ben diversa dal mercato libero. Un trattato commerciale impone regole comuni e limitazioni ed è ben diverso dal libero scambio. Fintanto non si potranno scambiare beni liberamente lasciandola alla libera contrattazione delle parti, non si potrà parlare di libero scambio. Le regole emergono dal mercato e dall’interazione fra gli individui e non possono essere una creazione ex nihilo del legislatore.

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