Privatizzazioni nelle secche

Il braccio di ferro in corso tra il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan e il Partito Democratico sulle privatizzazioni di alcune società di Stato e le annacquature del testo unico sulle società a partecipazione pubblica dimostrano ancora una volta che di privatizzazioni e liberalizzazioni la politica – nazionale e locale – si riempie la bocca ma, di fatto, non le vuole fare.

La riproposta del Ministro Padoan di privatizzare, anche soltanto in parte, Poste, Ferrovie, e magari anche un po’ di Enel e di Eni, si colloca nel quadro della disperata ricerca dei 3,4 miliardi per la copertura dello sforamento del deficit che l’Unione europea imputa all’Italia per il 2017. O i miliardi si trovano, o parte una procedura d’infrazione da parte dell’Europa molto pericolosa per la già traballante affidabilità dei conti italiani. Il Governo pensa subito (smentendolo a parole) a un aumento di tasse (iva, accise su benzina e tabacchi, ecc.). 2/3 miliardi di euro potrebbero però arrivare dalle privatizzazioni.

Il Pd, in stato di accentuata fibrillazione per scissioni e primarie – senza dimenticare una non sopita volontà di andare ad elezioni anticipate -, apre un immediato fuoco di sbarramento contro le scelte del Governo. No ad aumenti di tasse e a privatizzazioni: metterebbero il Pd in bruttissima luce di fronte agli elettori. Il Governo cerchi altre strade. E cioè le solite: tagli (sempre fantomatici) alle spese delle amministrazioni centrali, lotta all’evasione fiscale e, soprattutto, muso duro all’Europa rivendicando flessibilità, flessibilità, e poi ancora flessibilità (in questo momento, dopo il coinvolgimento in qualche pasticcio della centrale di committenza Consip, non si osa parlare molto di economie derivanti dalla centralizzazione degli acquisti delle amministrazioni pubbliche).

Il Ministro Padoan prima tenta una difesa (debole) sulle privatizzazioni assicurando che lo Stato non perderebbe comunque il controllo delle società in vendita. Poi china ossequioso la testa al suo partito e (almeno per quanto si sa ad oggi) congela le privatizzazioni. Come avviene da anni, sono rinviate al prossimo Documento di economia e finanza – Def, tra l’altro senza neppure aver onorato quelle indicate a inizio 2017 per 8,5 miliardi (che potrebbero diventare un ulteriore buco da tappare). E il nodo di dove trovare i 3,4 miliardi per ora resta.

Il 19 agosto2016, il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Marianna Madia vara il “testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (d. legislativo 175/2016). La riorganizzazione delle partecipazioni pubbliche dovrebbe portare a copiose soppressioni (chi non ricorda gli annunci dell’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi: passare da 8.000 a 1.000 società per gli enti locali!), con risparmi per le casse pubbliche ed efficientamenti di sistema. Già però definendo il provvedimento, Matteo Renzi sottrae alla ghigliottina 35 società pubbliche e non di poco conto (evidentemente per ragioni di interesse pubblico, mai rese note dal Governo) nonché le società pubbliche quotate in borsa o in altri mercati finanziari. Le altre società appartenenti allo Stato o agli Enti locali devono essere ridotte drasticamente.

La Corte Costituzionale (sent. 251/2016) ha, sostanzialmente, buttato all’aria il testo unico, dichiarando l’incostituzionalità di molte norme della legge di delega dal quale proviene e, conseguentemente, dello stesso testo unico. Questa situazione ha riscatenato la fame di partecipate che cova, perennemente, nello Stato e negli Enti locali. “Perché privarci di queste appendici che tanto ci gratificano in termini clientelari, di manifestazione ed esercizio del potere e, magari in caso di trombatura elettorale, di felice buen retiro?”. Cosicché la Conferenza Stato-Regioni, con frenetico accanimento, utilizzando artifici e scuse di ogni sorta, darà la possibilità di continuare a vivere tranquillamente a buona parte delle partecipate, sia che esse siano in attivo, sia che perdano denaro.

A conti fatti, privatizzazioni e liberalizzazioni sono parole magiche che si buttano lì per far vedere che si è pronti a rinunciare allo statalismo che ha caratterizzato l’Italia da cent’anni a questa parte. Ma la volontà di passare dalle parole ai fatti finora ha fatto cilecca molte volte. Quella di questi giorni non sarà l’ultima. E così da un lato i cittadini potranno continuare a lamentarsi per i treni che non funzionano, per i costi dei i servizi pubblici e delle utenze che, anziché diminuire, aumentano, per le tasse che devono pagare per tenere in piedi monopoli statali e partecipate scassate. Dall’altro, la classe politica continuerà ad ottenere il consenso degli elettori creduloni promettendo che farà privatizzazioni e liberalizzazioni per migliorare il funzionamento dei servizi pubblici e ridurre i costi di luce, gas e quant’altro. Poi, avuta la sedia, tutto continuerà come prima.

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento