ISTITUZIONI

Province, il voto torni ai cittadini

Agli enti, sopravvissuti dopo la bocciatura della riforma costituzionale, vanno ridisegnate funzioni e competenze. Elezione diretta “con una legge ordinaria” per assegnare legittimità popolare. Intervista al ministro Costa

Le vecchie “care” Province di una volta — quelle di «impianto napoleonico» che hanno rappresentato per un secolo e mezzo l’anello di congiunzione tra Stato e territorio — sono morte due anni fa con la legge Delrio. E con la prospettiva di un’affermazione del Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre, avrebbero anche dovuto perdere l’identità costituzionale («La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni») che, invece, con la vittoria del No, continua ad essere scolpita nell’articolo 114 della Carta. Ma sono enti monchi, sospesi tra quello che non avrebbero più dovuto essere e ciò che invece continuano a fare.

Ministro Costa, lei ha detto: “Mi piacerebbe che i consiglieri provinciali parlassero anche con i cittadini e non solo con i consiglieri comunali che li eleggono”. Un’altra delle magagne che saltano fuori dopo che Province invece di sparire resteranno?
«Mi pare, oggettivamente, difficile negarlo».

Enrico Costa dal suo osservatorio del dicastero per gli Affari Regionali, ma non di meno per essere un parlamentare che arriva dalla provincia – quella cuneese, feudo di Mondovì – e da lì ha costruito la sua carriera politica, può certo contare su un fiuto più raffinato sulle questioni locali rispetto a chi è cresciuto nella politica dei Palazzi. E l’aria che il ministro annusa su questi enti locali dati per sepolti e poi resuscitati dalla bocciatura delle riforme costituzionali, non tira per il verso giusto.

«Parlo anche per esperienza personale: ho fatto per tre mandati il consigliere provinciale e ricordo come il rapporto con i cittadini era forte e costante, si veniva eletti in collegi che rappresentavano territori il più possibile omogenei e anche per questo c’è sempre stato un rapporto frutto soprattutto di quella rappresentanza diretta, di quell’asse elettore-eletto che oggi non c’è più. È vero che anche prima il presidente poteva essere un sindaco e alcuni consiglieri stavano anche nei Comuni, ma erano riconosciuti non solo per il loro ruolo nei municipi, ma soprattutto perché eletti direttamente per amministrare la Provincia».

Invece ci si è trovati dei consigli provinciali eletti da quelli comunali, inevitabilmente più lontani dai cittadini proprio in un periodo in cui le Province denunciano di essere alla canna del gas, con sempre meno risorse e sempre più confusione nelle competenze.
«Dobbiamo sempre partire dal fatto che si è intervenuti su questi enti pensando che le riforme venissero approvate. Invece il referendum del 4 di dicembre ha bocciato quel percorso. Risultato: si era ipotizzato un ruolo di area vasta, degli organismi di mero coordinamento e anche l’elezione di secondo grado era stata adottata su queste basi. Ovviamente venendo meno il disegno di riforma, credo che si debba ripensare il ruolo delle Province, ma anche lo stesso sistema per eleggerne gli organi. Questo perché hanno delle funzioni che necessitano di un confronto e un rapporto maggiore con i cittadini».

Insomma, ministro, lei è per il ritorno all’elezione diretta dei consiglieri provinciali?
«Prima di risponderle, faccio una premessa: i consiglieri oggi devono esserlo anche nei loro Comuni e quindi un’investitura di fatto ce l’hanno. Osservo, però, che un conto è sedere in consiglio comunale, magari di un piccolo paese, altro è passare da un’elezione più ampia, come avveniva prima. E questo se da un lato assicura, appunto, un’investitura popolare sia pure passando da un’elezione di secondo grado, dall’altro presenta una conseguenza che noto un po’ dappertutto nel Paese, ovvero: i consiglieri provinciali parlano praticamente solo più con i loro colleghi dei Comuni. Questo succede perché manca un rapporto di rappresentanza diretta».

Quindi l’unica soluzione, tornare ai vecchi collegi provinciali e far votare i residenti per i loro rappresentanti in Provincia?
«Io dico: riflettiamo. La legge 56 ha dato un percorso alle Province, ovviamente c’è stato il passaggio con la vittoria del no al referendum e oggi credo si possano fare valutazioni anche sul sistema elettorale. Un’ipotesi potrebbe essere quella di lasciare l’opzione alle singole Province di mantenere o cambiare, attraverso i loro statuti, la modalità di elezione. Laddove le assemblee decidano di cambiare rispetto al sistema attuale o proseguire con l’attuale sistema, credo sia giusto possano farlo».

Cosa occorre, oltre ovviamente alla volontà politica?
«Basta una legge ordinaria».

Nel frattempo dalle Province continua a salire la protesta, nei giorni scorsi tutte quelle del Piemonte hanno inviato un esposto alla Procura della Repubblica per cautelarsi nel caso non riescano a erogare servizi essenziali, a partire dalle strade e dalle scuole.
«Un’iniziativa che non ho condiviso per nulla. A parte il fatto che un segnale di risposta alle istanze , magari da alcuni non sarà giudicato del tutto soddisfacente, ma lo abbiamo dato con le misure previste dal decreto Enti Locali, ribadisco che il confronto politico e istituzionale ha le sue sedi. Rivolgersi alla magistratura penale la ritengo una cosa sbagliata. Non lamentiamoci poi se c’è qualcuno che invece di fare le interrogazioni, come sento dire qualche volta, fa gli esposti».

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1 Commenti

  1. avatar-4
    07:48 Giovedì 13 Aprile 2017 tandem Ma guarda un po'. ....

    Qualche politico si accorge finalmente che l'abolizione delle province è stata una sciocchezza per giunta fatta con una leggerezza criminale.... e adesso che si fa? Non ci sono problemi vero, tanto paga pantalone....

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