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“Torino, piccola non è bella”

Serve un piano, non solo urbanistico, per delineare il futuro della città, ma soprattutto non ci si può rassegnare alla perdita di abitanti. “Se non torna crescere sarà una residenza per anziani”. L’analisi del professor Cantamessa

Il bivio Torino ce l’ha di fronte. E il tempo per decidere quale via imboccare, ormai, è agli sgoccioli. Presto che è tardi, si legge in quel “bisogna fare in fretta” che Marco Cantamessa, ordinario presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale e della Produzione al Politecnico, anche dal suo osservatorio privilegiato di presidente dell’incubatore I3P, individua come condizione imprescindibile nell’approccio per disegnare il futuro della capitale subalpina. La Torino che, “o decide di tornare a crescere facendo leva sulle competenze che ancora possiede e attraendo investitori, oppure rischia di essere una città abitata da vecchi, visitata da giovani che vengono, si trovano bene per il loro percorso universitario e poi se ne vanno”.

Questione tutt’altro che nuova quella dell’identità socioeconomica di una ex one company town che negli anni successivi al termine dell’era Fiatcentrica ha avuto guizzi, ma anche e forse più indecisioni, complicate dalla globalizzazione di cui non sempre è riuscita a rispettare tempi e ritmi. Pur avendone, come ribadisce Cantamessa, tutte le potenzialità. Ad avvicinare ulteriormente e in maniera repentina il bivio è (anche) il passaggio nodale per l’amministrazione comunale della revisione del Piano regolatore: snodo per il futuro della città, non di meno cartina di tornasole per verificare in maniera concreta la visione del nuovo governo civico a Cinque Stelle, chiamato a una ulteriore e cruciale prova di coerenza tra quanto sostenuto in campagna elettorale e parte costitutiva della linea politica del movimento e ciò che la giunta di Chiara Appendino saprà e vorrà tradurre in pratica.

Non sarà il fulcro della questione, ma certo quel mantra della decrescita felice, attribuito più o meno debitamente, ai grillini torna anche e soprattutto quando si tratta di ragionare sulle scelte strategiche per i prossimi anni e decenni. «Mai vista una decrescita felice. Bisognerebbe chiederlo a quelli che stanno decrescendo – sgombra il campo dagli equivoci il professore –. Semmai il punto è un altro: capire se si vuol vedere Torino,  pensata e abitata da molto meno di un milione di abitanti, sotto un’ottica di piccolo è bello. In tal caso certamente diventerà piccola, ma non so quanto diventerà bella, perché queste trasformazioni non è che non siano dolorose». L’altra strada, al crocevia – quella che Cantamessa esorta a imboccare avendone, la città e il suo tessuto sociale, accademico e imprenditoriale, tutte le potenzialità – porta a una crescita anche della popolazione, positiva conseguenza di uno sviluppo economico possibile. «Quando racconto agli investitori e agli imprenditori che vengono da noi a fare start up, quanto costi poco la vita a Torino e quanto costi meno pure assumere un ingegnere rispetto a Milano, Londra o San Francisco, quanto sia elevato il livello delle competenze manifatturiere del nostro territorio, restano tutti molto stupefatti. Quindi – è la conclusione di Cantamessa – o facciamo leva su questo e creiamo non solo nuovi imprenditori, ma ne attraiamo anche da fuori, oppure il rischio è che facciamo passare ancora dieci anni e alla fine tutte queste competenze che abbiamo saranno andate in pensione e a giocare a bocce». A quel punto cosa resterebbe? «Atenei che farebbero le porte girevoli per studenti, e un patrimonio artistico e culturale di indiscusso valore, su cui però una città così grande non può campare».

Cultura e turismo, un atout rilevante e accresciuto nel suo ruolo di attrazione e volano che, tuttavia, per il docente del Poli «non possono essere valutati come essenza dell’economia torinese, ma come complemento di grande utilità per rendere la città attraente sia ai turisti che ai suoi futuri abitanti». Insomma, ormai non più one company town, ma neppure città che sostituisca regge e musei a impianti industriali, anche e soprattutto guardando a Industria 4.0. «Un treno da prendere a tutti i costi. Questa rivoluzione industriale se è strategica per l’Italia, lo è ancora di più per Torino». Torino che «deve non solo far vedere le sue risorse, ma dare risposte in fretta. Perché Tesla è andata prima in Olanda, e ora la corteggiano francesi e tedeschi, e perché invece non è qui? Certo, abbiamo storie di successo come Gm e Amazon, ma bisogna moltiplicare per dieci che le cose che si sono fatte».

Immaginare «un recupero di 200mila abitanti nei prossimi vent’anni non lo ritengo affatto impossibile» spiega Cantamessa che dietro quell’incremento vede «il favorire nuovi investimenti, arrivando a catturare una grande azienda all’anno. Impresa ambiziosa, ma non irrealistica».

Torino con la fretta necessaria nel dover decidere, ma anche Torino con un governo cittadino che dovrà saper dimostrare di conoscere la meta e avere i mezzi per raggiungerla. Molti “no” sono diventati, nel passaggio dalle barricate della campagna elettorale ai caffè con i poteri forti un tempo nemici dichiarati, dei “sì”. La decrescita diventerà crescita? «È chiaro – premette Cantamessa –  che agli investitori interessano più i fatti che le parole. Servirà comprendere se la politica del Comune è costituita da una corretta attenzione ad aspetti che sovente sono stati negletti, e mi riferisco all’ambiente, alle periferie e alle persone in difficoltà, ma anche favorendo nuovi insediamenti industriali, come peraltro si sta facendo con il tavolo Open for Business. Oppure, se invece dovesse diventare un no a tutto, o anche un ritardare le decisioni, il messaggio negativo risulterebbe molto forte». Come le conseguenze per il futuro della città: «Se si dà il segnale verso un’involuzione, la parte più dinamica dei torinesi deciderà di andarsene, come già tanti hanno fatto». Senza fermarsi neppure un istante davanti al bivio.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    19:33 Venerdì 14 Aprile 2017 massimo ormai

    Molto interessante l'analisi del Prof. Cantamessa sulla quale concordo pienamente. Purtroppo la Città non ha scommesso sufficientemente sulla crescita (anche di abitanti) ed ora temo che sia tardi. Al netto della pesantissima crisi iniziata nel 2008, si può parlare di decennio perduto 1998/2008 e le responsabilità dell'Amministrazione 2001/2006 sono notevoli. Le Amministrazioni Castellani avevano una visione ed un coraggio che poi sono mancate ai successori che hanno solo capitalizzato i risultati ottenendo il consenso ma la Città si è ripiegata su se stessa. La crisi ha fatto il resto. Non penso che i "nuovi" abbiano le capacità per invertire la tendenza anche perchè sono le classi dirigenti nel loro complesso che dovrebbero fare la loro parte.

  2. avatar-4
    10:02 Venerdì 14 Aprile 2017 dedocapellano Torina città resa "modesta"...........

    Dopo che per anni abbiamo tollerato delle amministrazioni cittadine che hanno sradicato da Torino grandi aziende come la Banca CRT, San Paolo, Toro Assicurazioni, Sai Assicurazioni, Telecom, Rai, ecc ,oggi pensiamo di risolvere la decadenza "infelice" con le Start Up lo slow food e un poco di turismo di giornata? Non sono confidente che l'amministrazione "grillina" abbia la "onestà intellettuale" e la capacità di invertire la rotta tracciata con caparbietà da Chiamparino e soci, ma in ogni caso l'impresa è drammaticamente difficile. Potremmo perseguire il "sogno" di Enrico Salza e Sergio Chiamparino che qualche anno fa vedevano lo sviluppo di Torino come area residenziale dei Milanesi: a Torino la vita costa meno di Milano e la città è più vivibile....... e oggi diciamo:"agli imprenditori che vengono da noi a fare start up, quanto costi poco la vita a Torino e quanto costi meno pure assumere un ingegnere rispetto a Milano, Londra o San Francisco, quanto sia elevato il livello delle competenze manifatturiere del nostro territorio, restano tutti molto stupefatti" ma siamo veramente sicuri che quanto detto rappresenti un valore positivo per i torinesi? io non credo! Comunque vi ricordate la Motorola? se ne ritornata negli USA lasciando Torino da un giorno all'altro dopo aver usufruito di ingenti benefici fiscali per anni......ma erano veramente strategiche le attività che sviluppava a Torino? direi di no!

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