SALUTE & LEGALITA'

Le mafie alla nostra tavola

L’agroalimentare fa gola alle organizzazioni criminali, pronte a infiltrarsi in ogni livello della filiera. In Piemonte però preoccupano maggiormente contraffazioni di prodotti tipici e adulterazioni alimentari. I tartufi rumeni e il "Barollo"

Tartufi bianchi come quelli di Alba, ma in realtà arrivati dalla Romania, e vini astigiani realizzati con uve della Moldavia. La contraffazione alimentare arriva anche sulle tavole dei piemontesi. Questi sono soltanto alcuni degli aspetti del complicato mondo delle agromafie che, secondo l’ultimo rapporto presentato da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, nel 2016 ha avuto un aumento del 30 per cento rispetto al 2015 arrivando a un volume d’affare di 21,8 miliardi di euro.

Un business che non è un’esclusiva delle regioni del Sud, ma che si fa spazio sempre di più anche al Nord, terreno di conquista, zona di riciclaggio del denaro sporco coi ristoranti (in totale la Direzione investigativa antimafia ne conta cinquemila in tutta Italia). L’indice delle infiltrazioni delle agromafie sul territorio vede la provincia di Genova e di Verona al secondo e terzo posto dopo la provincia di Reggio Calabria, questo perché nel capoluogo ligure sono stati registrati dalle forze dell’ordine molti casi di sofisticazione dell’olio d’oliva con prodotti arrivati dall’estero, mentre nella città veneta avvengono soprattutto due fenomeni: suini nordeuropei vengono marchiati come italiani e l’adulterazione della grappa locale. Torino e le altre città piemontesi invece sono molto più giù: il capoluogo è al 27° posto e Cuneo al 28°, con un livello di infiltrazione medio-alto, Alessandria al 42° e le altre zone intorno all’ottantesimo posto. Insomma, una situazione tutto sommato tranquilla, sebbene il Piemonte con le sue eccellenze può subire molti danni dall’arrivo dei tartufi bianchi rumeni e dalla sofisticazione dei suoi vini, senza dimenticare il fenomeno chiamato “Italian sounding”, l’abitudine di dare nomi dal suono italiano a prodotti stranieri. Un esempio? Il “Barollo”, nulla a che vedere col vino delle Langhe.

A confermare il rischio è la presidente di Coldiretti Piemonte Delia Revelli: “Non abbiamo grossi casi, ma bisogna tenere gli occhi aperti - afferma -. Non demonizziamo quello che arriva dall’estero, ma bisogna essere onesti ed etichettare in modo corretto”. L’ultimo caso affrontato da Coldiretti è la dicitura “Igp tonda gentile delle Langhe” per le nocciole, inserita nel registro varietale delle piante coltivate in Olanda e in Romania: “In Italia non poteva essere registrata così e lo hanno fatto loro. Si rischia un grande danno al nostro territorio, ma grazie al governo italiano siamo vicini alla risoluzione”. Di veri e propri casi di infiltrazioni criminali in questo settore dell’economia non ce ne sono, mentre sono rarissimi i casi di caporalato come quelli registrati in Puglia, Calabria e Campania: “Da noi ci sono piuttosto situazioni di cooperative poco corrette. I casi che ci sono stati segnalati riguardano cooperative non agricole”, spiega Revelli.

La lotta alle agromafie vede due piemontesi schierati in prima linea: il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo e l’ex procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, presidente dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. “Le agromafie vanno contrastate nei terreni agricoli, nelle segrete stanze in cui si determinano in prezzi, nell’opacità della burocrazia, nella fase della distribuzione di prodotti che percorrono centinaia e migliaia di chilometri prima di giungere al consumatore finale - ha dichiarato Moncalvo a marzo durante la presentazione del rapporto -, ma soprattutto con la trasparenza e l'informazione dei cittadini che devono poter conoscere la storia del prodotto nel piatto”.

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