REGOLE DEL GIOCO

Legge elettorale al palo
(pure a Palazzo Lascaris)

Se a livello nazionale prosegue la manfrina sul post Italicum, in Consiglio regionale tutto tace. Un silenzio che preannuncia il mantenimento del famigerato listino? Gli impegni, finora disattesi, sul “Piemontellum”

Il listino regionale sta ai capilista bloccati tanto quanto il silenzio dei gruppi politici di via Alfieri è speculare alla sconclusionata manfrina dei partiti a livello nazionale. I buoni propositi di fine anno per dare in tempi brevi una nuova legge elettorale al Piemonte non si sono concretizzati neppure come sorpresa nell’uovo di Pasqua. Ovviamente nessuno ci sperava, visto l’iter di fatto ancora da incominciare per rivedere il sistema di elezione del parlamentino di Palazzo Lascaris. Lo stesso che sul punto sembra rimanere irrimediabilmente fermo, a dispetto dei proclami enunciati fin da subito dopo le elezioni, quindi poco meno di tre anni fa.

Questi giorni di vacanza della politica segnano, tuttavia, un ulteriore spartiacque con il passato e la caduta di ostacoli che se non alibi certamente hanno rappresentato motivi (più o meno) plausibili per giustificare l’ennesimo ritardo. La quaresima laica imposta alla Regione dal piano di rientro nella sanità è finita, così com’è terminata la via crucis del bilancio. Le campane restano, tuttavia, mute in attesa di annunciare chissà quando la nascita del già battezzato “Piemontellum”. Fuor di metafora, ragioni che possano precludere il concreto avvio e un celere percorso verso una rivisitata legge elettorale è difficile intravvederne, certamente oggi meno di ieri. Assume dunque un ulteriore peso quell’esortazione arrivata ancora lo scorso febbraio da Sergio Chiamparino. Il presidente, pur nel rispetto del ruolo legislativo del consiglio, non aveva mancato di osservare come che “i tempi per mettere in pratica dell’impegno” gli parevano “maturi”.

L’impegno era ed è quello, assunto a inizio legislatura, di dare al Piemonte una nuova norma che fissi le regole per l’elezione dei membri del consiglio. E, magari, disponga limiti meno restrittivi per la formazione dell’esecutivo, aprendo la giunta all’ingresso di un numero maggiore di esterni, ovvero non consiglieri, rispetto all’attuale. A premere sull’acceleratore, con annunci ed esortazioni ribaditi soprattutto in scadenze di calendario o snodi importanti dell’attività legislativa regionale, è stato lo stesso presidente dell’assemblea Mauro Laus. Disponibilità a mettere mano alla legge elettorale è arrivata, in questi mesi ed anni, un po’ da tutte le forze politiche, incominciando dal partito di governo, con il segretario e capogruppo dem Davide Gariglio.

Il cambiamento più sostanziale che dovrebbe connotare il nuovo testo riguarda l’abolizione del listino del presidente, quell’elenco di candidati che senza dover cercare preferenze passa nel caso il candidato alla guida della Regione venga eletto. La missione esplorativa condotta da uno dei segretari di presidenza di Palazzo Lascaris, Gabriele Molinari, parrebbe aver trovato un’unità di intenti di tutte le forze politiche nell’eliminare questo singolare “premio di maggioranza” in carne e ossa. Il condizionale è, tuttavia, d’obbligo: la reale disponibilità a rinunciare a questa corsia preferenziale sarà verificabile solo nel momento in cui la discussione in commissione e quindi in aula entrerà nel vivo. Rispolverando l’andreottiano a pensar male di fa peccato, ma spesso s’indovina, è difficile sgombrare il campo dal dubbio che anche questa sorta di rivoluzione data dall’abolizione del listino non sia tra i motivi, indicibili e altrettanto smentibili, di un ritardo che suona quasi ironico di fronte a quell’impegno che si era promesso di mantenere in tempi strettissimi, tre anni fa.

Se è meno imbarazzante per ogni partito porre qualche distinguo su altre modifiche, incominciando da quella dei collegi che qualcuno vorrebbe meno estesi, l’ammettere una contrarietà o anche solo qualche perplessità sull’abolizione della lista del presidente rischia di apparire una sorta di poco comprensibile difesa di un sistema anacronistico e assai poco rispettoso della scelta lasciata all’elettore. Il paragone che viene spontaneo è quello con i capilista bloccati alle elezioni politiche, tema di stretta attualità ed elemento di novità introdotto nel dibattito politico con l’apertura alla cancellazione annunciata da Matteo Renzi (per alcuni, una mossa per verificare la reazione di Forza Italia assai fredda all’idea e paventare un rischio per il M5s a quel punto in ulteriore difficoltà, visto quanto è capitato a Genova sia pure solo con le comunarie). Ampia disponibilità, a parole, per aprire totalmente alle preferenze, ma come andrà a finire resta ancora da vedere. E se questo vale per le politiche, resta ad aleggiare il dubbio che, in fondo, per le regionali arrivare a ridosso del 2019 con ancora il listino non dispiaccia a più d’uno. Per sgombrare il campo da questi malevoli pensieri, non resta che aspettare la nuova legge. Il tempo passato, gli annunci rimasti tali così come le promesse, certo non aiutano.

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