Cecità culturale

È sufficiente essere presenti ad una delle tante inaugurazioni a cui partecipa l’assessore Parigi, per comprendere cosa intenda la Regione Piemonte per Cultura: attività dove il pubblico si diverte creando, conseguentemente, le premesse del business a favore di terzi.

L’assessorato è infatti fermamente convinto, sino al punto di ripeterlo in ogni occasione, dell’esattezza della semplice equazione per cui gli eventi culturali meritino di essere sostenuti solamente nel caso ne traggano vantaggio gli alberghi e le attività commerciali. Una visione della cultura che potrebbe riassumersi in “Ricchi premi e cotillon”, oppure “Più mazurka e clown per tutti”, ossia assecondare il populismo a tutti i costinon inteso quale socialismo rurale ma pura semplicità, tramite eventi di massa che puntino al piacere disimpegnato e di conseguenza ad un buon incasso.

L’auspicio assessorile sembra quello di dover al più presto rinunciare alla bellezza, alla conoscenza, alla visione di un percorso che affranchi l’umanità dalle innumerevoli miserie interiori. Nel secolo scorso le grandi ideologie sociali ritenevano che osservare, comprendere,avvicinasse il proletariato al cielo e di conseguenza alla libertà. Volare tramite i propri sensi verso il bello, in direzione dell’arte e delle emozioni che questa esprime in profondità, era all’epoca considerato l’avvio di un percorso che sarebbe presto sfociato nell’egualitarismo: finalmente anche il più povero avrebbe potuto guardare il padrone dritto negli occhi, senza abbassare lo sguardo per soggezione o sottomissione. Nel ‘900 il riscatto dalla povertà intellettuale, oltre che economica, transitava proprio dalla visione di una società che progrediva grazie ad un approccio anche di carattere culturale.

A fronte dell’abbruttimento che attraversa ogni strato della nostra comunità, intendere la Cultura semplicemente come un’occasione per fare business, eventi di cassetta, porta ineluttabilmente ad un assioma: una pornostar attirerà sempre più persone rispetto ad una mostra di quadri o una rassegna teatrale. Paradossalmente una mostra sulla tortura, inventandone tra le tante qualcuna che eccella per violenza, crea interesse immediato grazie ad un pizzico di cinismo che produce grande attenzione; al contrario un percorso sul sistema penale che partisse dalla tortura stessa per arrivare a Beccaria potrebbe certamente sviluppare pensiero e consapevolezza, ma al contempo diffidenza da parte delle Istituzioni piemontesi.

La Regione Piemonte agisce come una buona parte della classe politica e quanto avviene in questi giorni a Moncalieri lo dimostra. Nel comune della prima cintura torinese il sindaco ha privatizzato la scuola musicale, dopo aver fatto la stessa cosa con il teatro, rinunciando così all’attivo che la stessa portava alle casse comunali. Una scelta inconcepibile se valutata con i parametri della buona ed efficace amministrazione, al contrario comprensibile nel caso la si raffronti con dinamiche che spiccano per carenza di trasparenza e nello sfregio a tutto quanto sia culturale.

In una riunione in assessorato regionale, a cui partecipai, il vertice politico affermò che i musei non servono più a nulla. Una dichiarazione che mi lasciò attonito innanzi all’assessore, ma poi riflettendo valutai che quelle parole erano la cartina tornasole di anni in cui è stato devastato un patrimonio storico ed artistico. È sufficiente varcare le Alpi per comprendere la differenza tra il sistema Italia – Torino ed il resto d’Europa.

In Francia, ad esempio, l’investimento statale nel settore culturale è molto elevato malgrado la crisi economica che attraversa anche Parigi, e lo stato di salute dei suoi oltre 1000 musei è ottimo. I visitatori della rete museale francese sono sia cittadini agiati che persone dal basso reddito, e le code per accedere alle singole collezioni sono composte da turisti che si mescolano a tantissimi residenti.

In Italia, invece, gli eventi culturali tendono ad essere fruiti soprattutto da individui benestanti. Musei e teatri hanno prezzi spesso molto elevati (esempio: ingresso a Venaria Reale 25 euro) mentre l’ambiente che ruota intorno alla cultura è sovente affettato poiché di alto rango. Le stesse chiamate al lavoro inerenti quel mondo sono di natura politica e non sempre, a partire dai vertici, si trovano persone davvero competenti a rivestire ruoli apicali (e quando accade queste rischiano addirittura di essere boicottate dal sistema). Alle cooperative si affidano invece pulizia, biglietteria e vigilanza, le quali adempiono ai doveri contrattuali tramite personale dalle buste paga ridotte all’osso.

Una cultura per ricchi, di classe, in antitesi al welfare ed ai servizi alla persona: una visione, favorita più o meno involontariamente dal potere e che di conseguenza legittima i tagli al bilancio innanzi all’elettorato, nonché l’indignazione crescente innanzi alle recenti affermazioni del direttore Cibrario (meglio qualche asilo chiuso che riduzioni ai musei).

Privatizzare, come pare accadrà al Borgo Medioevale o alla scuola musicale di Moncalieri; azzerare i finanziamenti, come nel caso di Fenestrelle, nel nome di un curioso controllo politico; sottopagare i lavoratori o assumere scegliendo dal proprio ambiente chic; rendere economicamente inaccessibili opera lirica e musei: scelte grazie alle quali la Cultura muore e con essa la coscienza collettiva. Falsità storiche, revisionismi, rabbia ed ignoranza sono alle porte: il frutto di una cecità politica senza precedenti.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    09:46 Domenica 23 Aprile 2017 tandem Il pesce puzza sempre dalla testa...

    Il problema è nel come opera la regione. Fa quello che non deve fare e non fa quello che dovrebbe fare. Invece di essere un ente legislativo e programmatorio si comporta come un Comune gestendo direttamente partite che quasi sempre non conosce o conosce male. Fino a quando la cultura degli amministratori regionali non avrà un elevamento qualitativo i risultati saranno sempre deludenti.

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