LAVORO & OCCUPAZIONE

A sinistra si litiga sulla paga

Cgil e un pezzo di Pd contro l'introduzione del salario minimo garantito rilanciata da Chiamparino. Per l'organizzazione di Camusso bisogna piuttosto "estendere i contratti collettivi". Laus critica Damiano e "il teatro di politici e sindacalisti"

Salario minimo per legge? Sì, no, ni. Arriva dalla sinistra, in particolare quella più tradizionale, la frenata più brusca su una misura universale di equo compenso, rilanciata ieri dal governatore Sergio Chiamparino nell’ambito della discussione sulle aperture domenicali degli esercizi commerciali, dopo lo sciopero flop all’outlet di Serravalle Scrivia. E forse non è un caso se tra i primi a organizzare la levata di scudi ci sia la Cgil, che con il suo segretario piemontese Massimo Pozzi chiede piuttosto una norma “che stabilisca la validità erga omnes dei contratti nazionali di lavoro”. Altolà a qualunque misura generale individuata per legge, soprattutto se questa dovesse inficiare il potere negoziale dei sindacati ai tavoli nazionali. Dopotutto, ognuno combatte la propria battaglia per la sopravvivenza. Peccato, però, che certe paghe da fame siano proprio esito di contratti sottoscritti dagli stessi sindacati (si vedano, ad esempui, i casi delle cooperative).

Il salario minimo è una norma solo apparentemente affine al reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle, poiché pone al centro il diritto a una busta equa e dignitosa a fronte di un lavoro svolto e non a un assegno dovuto sulla base dell’appartenenza a un Paese. Si tratta di una legge nazionale in grado di determinare una paga minima sotto la quale non possono essere retribuiti i lavoratori. In Italia, a differenza di quanto avviene in molti paesi esteri - in Francia, Olanda e Belgio si aggira attorno ai 9 euro l’ora, in Germania è fissato a 8,5 euro, negli Stati dell’Est come Romania o Lettonia è stabilito su importi addirittura inferiori ai 2 euro - una misura di questo genere non esiste: il compito di fissare i compensi per i dipendenti spetta ai contratti collettivi, firmati periodicamente dalle imprese e dai sindacati in ogni singolo settore. Il problema si è posto con il moltiplicarsi dei cosiddetti lavori atipici, precari di ogni genere e grado che non rientrano nei contratti collettivi.

Di qui la richiesta di Chiamparino, che però subisce lo stop anche dal presidente della commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano, secondo il quale “il salario minimo per legge va adottato solo per chi non ha un contratto di lavoro”. Una misura da circoscrivere alle categorie meno tutelate, da adottare assieme al “ripristino delle tariffe professionali per il lavoro autonomo” dice allo Spiffero l’ex sindacalista della Fiom piemontese che così prova a estendere il principio dell’equo compenso anche ai giovani professionisti spesso sottopagati per le proprie prestazioni. 

Posizioni che stanno facendo deflagrare un conflitto a lungo latente nel Partito democratico, già lacerato ai tempi del Jobs Act renziano, proprio mentre entra nel vivo la campagna congressuale. E come non scorgere più di una nota polemica nell’“appello” che il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus torna a rivolgere a “deputati e senatori che fingono di non capire l’urgenza e la necessità di tradurre in atti ciò che la politica annuncia” invocando “una maggiore e più profonda assunzione di responsabilità da parte di chi si ritiene, a torto, monopolista delle soluzioni in tema di lavoro”. Sollecitazione che ha proprio in Damiano uno dei primi destinatari per la sua riottosità a riaprire una discussione che lui considera chiusa. “I decreti del Jobs Act prevedono l’istituzione del salario minimo, cui io ho aggiunto una restrizione del campo per i soli non contrattualizzati”. Per tutti gli altri “la strada maestra resta il contratto nazionale”. Posizione, peraltro condivisa con la Cgil, di cui non a caso l’ex ministro del Lavoro è stato tra i massimi dirigenti.

Il braccio di ferro è tutto interno al partito di governo, tra chi invoca misure universali di tutela e chi teme che queste possano minare la centralità dei corpi intermedi nelle trattative con le aziende e lo stato. Non a caso, infatti, parallelamente al salario minimo l’esecutivo intendeva ridimensionale il ruolo dei contratti nazionali di lavoro, rafforzando i contratti collettivi aziendali. Posizione che ha fatto entrare l’esecutivo in rotta di collisione con la trimurti.

“In Italia – conclude Laus – l’unica cosa che sta funzionando è il teatro messo in piedi da alcuni politici e sindacalisti spregiudicati che in modo subdolo fingono di difendere i lavoratori per accaparrarsi i voti e poi abbandonarli al loro destino. Chi oggi percepisce una retribuzione oraria di 4 o 5 euro l’ora riceve uno stipendio di circa 650euro al mese”. Il numero uno del Consiglio regionale su questo tema chiede “un confronto politico non per fare gli imprenditori della paura, ma per formulare soluzioni puntuali e definitivamente risolutive. Io ci sono”.

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