ISTITUZIONI

Più regionalismo in Piemonte
“ma il referendum è solo fuffa”

Il leader del Pd Gariglio sfida la Lega e apre al federalismo: "Una strada consentita dalla nostra riforma costituzionale". Boccia le consultazioni di Lombardia e Veneto: "Un imbroglio, pura propaganda politica"

“Credo che dopo tutto il percorso fatto per l’aggiustamento dei conti e la messa in sicurezza della Regione, anche il Piemonte potrebbe imboccare questa strada”. Davide Gariglio sorpassa, senza nemmeno mettere la freccia, il centrodestra e la Lega in particolare a poco meno di due anni dalle elezioni regionali. Già, perché la strada di cui parla il segretario regionale del Pd è quella imboccata a tutta velocità dai governatori del Veneto e della Lombardia che oggi porteranno nelle rispettive giunte la data per l’indizione del referendum con cui chiedere maggiore autonomia. Luca Zaia e Roberto Maroni, a quanto risulta, annunceranno la consultazione popolare per una domenica di ottobre. La prima di questo genere in Italia.

La scelta di Lombardia e Veneto –  secondo quanto dichiarato ancora recentemente proprio allo Spiffero dal segretario regionale della Lega Riccardo Molinari – sarebbe seguita anche dal Piemonte nel caso le elezioni del 2019 portassero alla vittoria del centrodestra. E qui le strade, pur conducendo alla stessa meta, si dividono. Se per il Carroccio la consultazione popolare appare imprescindibile per attribuire alle Regioni competenze e relative risorse oggi in capo allo Stato, diametralmente opposta è l’interpretazione del Partito democratico sull’uso dei mezzi per raggiungere l’obiettivo.

“Il referendum ha senso solo se la si vuole buttarla in polemica politica, oppure nel caso lo Stato dica no, ma non mi pare sia il caso del Veneto e della Lombardia” osserva Gariglio nelle stesse ore in cui sul tema si registrano le prese di posizione dei vertici nazionali del suo partito e di esponenti di spicco delle regioni che presto saranno chiamate al voto. "Maroni chieda subito al governo l’apertura formale del tavolo di lavoro sul federalismo, e noi ci siamo e siamo disponibili – ha detto il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina –. Eviti di spendere inutilmente più di 46 milioni di euro per un referendum consultivo senza effetti immediati. Basta una richiesta al governo, inspiegabilmente mai arrivata fino ad oggi, per arrivare allo stesso obiettivo, senza buttare milioni di euro”. Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori nient’affatto contrario a una maggiore autonomia regionale contesta anch’egli la scelta delle urne: “Il governo dice d’essere pronto ad aprire la discussione, non c'è dunque bisogno di chiedere alcunché ai lombardi”.

Zaia, dal Veneto, non nasconde l’entusiasmo: “Il mio sogno è quello di Gianfranco Miglio, l’unità nel rispetto delle diversità”. È evidente come il Carroccio sappia quanto può valere, anche in vista delle elezioni politiche, il risultato pressoché scontato dei due referendum. Con il valore aggiunto di toccare le corde più profonde della Lega bossiana, sempre più malmostosa verso la linea sovranista di Matteo Salvini e pronta a rispondere con forza al richiamo federalista.

La differenza con il Pd sta tutta qui, nel referendum, “un tentativo di buttarla in politica ingannando gli elettori” per Gariglio. Il quale proprio a quell’emendamento che modificò il primo comma dell’articolo 116 della Costituzione lavorò alla fine degli anni Novanta alla Presidenza del Consiglio nella squadra dell’allora sottosegretario Gianclaudio Bressa. “Fu una riforma voluta dall’Ulivo e in particolare dai parlamentari del Nord – ricorda il segretario dem –. Il percorso intrapreso da Lombardia e Veneto sta perfettamente all’interno di quanto previsto dalla Carta. Quel che non si comprende, o meglio si capisce solo come mossa politica è il ricorso al referendum”. Che, ovviamente, Gariglio esclude lungo quella strada che intravvede invece “assolutamente possibile per il Piemonte”. Per il capogruppo dem a Palazzo Lascaris di cui è nota l’ambizione a proporsi come il successore di Sergio Chiamparino “la norma che consente alle Regioni che siano in condizioni di equilibrio e stabilità di trattare la concessione di ulteriori competenze e di avere le corrispondenti risorse finanziarie credo sia da prendere in seria considerazione anche in Piemonte.  È una riflessione da fare”  spiega, lanciando anche un segnale chiaro in vista della futura, ma non lontanissima apertura dei giochi (anche all’interno dello stesso Pd) per le regionali del 2019. “Credo – aggiunte, infatti –  che siano temi che siano da affrontare prima di una legittimazione di una giunta regionale. Nel 2014 questi temi erano lontani, oggi invece sono argomenti su cui si può discutere con serietà, senza alzare vessilli autonomistici da dare in pasto ai cittadini e pensare che dopo cambierà il futuro del mondo. Altro invece è capire quali competenze oggi statali che se esercitate dalla Regione Piemonte possono portare più benefici e su cui chiedere il consenso ai cittadini”.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    11:34 Venerdì 21 Aprile 2017 tandem Facciamo piuttosto un referendum per abolire le regioni.....

    Malagodi nel 1970 quando furono create le regioni con grande anticipo sul dibattito politico e culturale italiano, aveva denunciato il rischio, avveratosi, della moltiplicazione ingiustificata della spesa pubblica. Moltiplicazione perché senza una vera ragione, da quarant’anni le Regioni divorano decine di miliardi di euro. Ingiustificata perché, a fronte della quantità di denaro pubblico speso, i servizi sono anche più scarsi di quanto non fossero nel periodo antecedente alla maldestra forma di “federalismo”. Di queste Regioni possiamo fare sicuramente a meno, altro che potenziarle....

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