Quale Pd sarà dopo le primarie?

La straripante vittoria di Matteo Renzi alle primarie del Pd del 30 aprile conferma un dato che alla vigilia era ampiamente previsto da tutti i commentatori politici e gli opinionisti sui vari media: e cioè, il Pd è destinato a diventare sempre di più il “PdR”, ovvero il partito di Renzi. E questo a prescindere ancora dal risultato emerso dai gazebo, del resto già previsto da quasi tutti i sondaggisti in questi mesi sui vari organi di informazione. Ora, si tratta di comprendere qual è il Pd che avremo nei prossimi mesi e nei prossimi anni a guida Renzi. Almeno su tre aspetti che restano decisivi per il profilo e la natura di questo partito.

Innanzitutto la “ragione sociale” di questo partito. E cioè, il Pd resterà ancora un partito di centrosinistra o diventerà definitivamente un contenitore elettorale centrista e potenzialmente centrale nella politica italiana? È una domanda, questa, decisiva per capire anche quali saranno i passi che il Pd compierà con altri partiti. A cominciare dai movimenti e dai partiti che si muovono alla sua sinistra. E questo è anche uno dei nodi principali per sciogliere il capitolo altrettanto importante della prossima legge elettorale. Ad oggi non è chiaro se il Pd continua' ad essere un partito con una forte connotazione di centrosinistra o se diventerà una sorta - e lo dico con la dovuta prudenza - di “balena bianca”. O meglio, se punta a diventare una sorta di balena bianca di questa stagione politica. Centrista e centrale nella geografia politica italiana.

In secondo luogo la pluralità di questo partito. Sarà ancora, o meno, un partito che al suo interno conta la presenza delle diverse culture che hanno contribuito a fondarlo nel lontano 2007? E questo non per sbandierare la bandierina, forse un po’ ingiallita, delle rispettive appartenenze culturali. No, il nodo di fondo è quello di capire se le diverse culture fondative del Pd giocheranno ancora un ruolo nel costruire il progetto politico complessivo del partito. O se, invece, si ridurranno ad essere semplici orpelli ornamentali nel mosaico del partito. Perché il tema del pluralismo culturale del Pd resta pur sempre, al di là dell’esito concreto delle recenti primarie, un elemento decisivo per l’identità e il profilo di questo partito. Ad oggi non è dato sapere quale sarà la soluzione di questo nodo. Lo verificheremo nelle prossime settimane.

Infine la gestione concreta del partito. Quasi tutti gli opinionisti dopo il voto nei gazebo hanno evidenziato, per l’ennesima volta, che il Pd d’ora in poi sarà sempre più un “partito personale” e sempre meno un “partito plurale” o un partito comunità come si suol dire. E questo al di là delle dichiarazioni di rito e delle prediche sulla partecipazione. È, questo, un vecchio tema. Del resto, tutti i principali partiti italiani hanno una forte impronta personale. Declinato in modi diversi e con diversi profili: si va quello proprietario a quello aziendale, da quello carismatico a quello personale. Ma il cemento che li unisce tutti è rappresentato dal “valore aggiunto” del leader che si trasforma inevitabilmente nell'esaltazione del “capo”. Ecco, questo è uno dei punti centrali che il nuovo gruppo dirigente dovrà affrontare e sciogliere nelle prossime settimane. Anche su questo versante saranno solo le singole scelte a dirci come andranno realmente le cose.

Insomma, dopo le primarie del 30 aprile e la bella partecipazione democratica ai gazebo, anche se di molto inferiore rispetto a quella delle primarie del 2013, noi capiremo anche quale sarà la nuova prospettiva politica del partito, il tasso di pluralismo culturale al suo interno e soprattutto come sarà gestito concretamente questo partito. Lo valuteremo come sempre laicamente, senza pregiudizi e senza pregiudiziali di sorta.

*On. Giorgio Merlo, dirigente nazionale Pd

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