Oltre la schiavitù del lavoro

Ripensando a come funzionava il mondo del lavoro soltanto 30 anni fa, risulta evidente l’avvenuta trasformazione tanto rapida quanto dirompente di quelle abitudini, di quei valori e di quelle regole che, dal dopoguerra fino alla fine del millennio, hanno segnato l’epoca dello sviluppo economico. In quel periodo il lavoro era fisso e si trovava facilmente; si veniva assunti con una sola possibilità di contratto e, salvo scelte personali o eventi imprevedibili particolarmente rari, si correva il rischio di trascorre tutta la propria vita professionale nella stessa azienda. Anche il luogo e l’orario di lavoro erano fissi, i colleghi sempre gli stessi e il traguardo della pensione era fermo e si poteva intravedere distintamente al termine del percorso. Lo stress c’era già allora ma era sopportabile, ben inferiore ai livelli odierni; non a caso tra i requisiti che oggi vengono abitualmente richiesti per accedere a quelle rare opportunità che il mercato offre compare spesso l’inquietante dicitura “elevata capacità di resistenza allo stress”!

Lo scenario attuale del lavoro presenta invece connotazioni diametralmente opposte. Non esistono più punti di riferimento consolidati né diritti, precarietà e incertezza sono le condizioni con cui bisogna necessariamente abituarsi a convivere. Il posto fisso non esiste più (o quasi), il luogo e l’orario fisso nemmeno; tutele contrattuali e pensione sono sempre più un miraggio. Chi ha meno di 30 anni o più di 50 è sistematicamente tagliato fuori dal mercato del lavoro o, nella migliore delle ipotesi, viene costretto a subire lo sfruttamento e la violenza psicologica di chi specula su questa situazione.

È abbastanza inutile indagare sulle cause che hanno determinato il problema, così come serve a poco piangersi addosso e invocare soluzioni politiche o misure assistenziali che tanto non verranno mai attuate, nonostante le promesse demagogiche. Bisogna invece farsene una ragione e comportarsi di conseguenza elaborando una personale strategia di sopravvivenza su un mercato, quello del lavoro, che diventa ogni giorno più imprevedibile e selvaggio. Per fare ciò, ci sono almeno tre punti fondamentali che è necessario tenere ben presenti.

Primo punto: già che si è costretti a cambiare spesso lavoro, allora meglio farlo per scelta. Più si cambia, più si ampliano esperienze e competenze, più c’è possibilità di trovare opportunità professionalmente ed economicamente soddisfacenti e magari anche più stabili e durature. Il cambiamento è frutto dell’apertura mentale, della capacità di adattamento ma anche della curiosità, della continua ricerca della novità; in altre parole è importante non smettere mai di imparare e di mantenersi aggiornati, soprattutto sulle evoluzioni tecnologiche.

Secondo punto: il lavoro bisogna inseguirlo, non è lui che ci viene incontro ma siamo noi che dobbiamo andare a cercarlo dove esistono le condizioni favorevoli. Questo vuol dire essere estremamente mobili a livello geografico e flessibili a livello di disponibilità: in fin dei conti non è poi così scandaloso dover lavorare il sabato o la domenica. La conoscenza delle lingue straniere amplia notevolmente il raggio di mobilità ed è essenziale per cavalcare il fenomeno della globalizzazione, invece di doverlo subire passivamente.

Terzo punto: tra le capacità personali che bisogna saper mettere in campo non è tanto rilevante la “resistenza allo stress” di cui si parlava prima, quanto l’attitudine a gestire le relazioni interpersonali e a comunicare efficacemente, la confidenza con la tecnologia, la propensione a ragionare per obiettivi e a dimostrare di saper ottenere risultati positivi e tangibili, l’abitudine a reagire con prontezza di riflessi, con destrezza e leggerezza per far fronte alle difficoltà quotidiane.

In questa strategia a tre punti si sintetizza il concetto di “lavoro agile” che non è certo quello definito dalle recenti disposizioni di legge emanate in materia (d.d.l. sullo smart-working) ma è il giusto approccio mentale per muoversi nel complesso contesto della società liquida, come giustamente è stata definita da Zygmunt Barman. L’emancipazione dalla schiavitù del lavoro consiste dunque nel rompere gli schemi costrittivi che ci vengono imposti per ritrovare la dignità e il piacere di costruirsi una propria strada professionale che non risponde a regole definite, che si adatta camaleonticamente al variare del contesto, che ci porta a superare gli stereotipi di tempo, luogo e conoscenza. E soprattutto che ci mette nelle condizioni di imporre, al momento giusto, il nostro reale potere contrattuale per passare all’incasso.

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