ANALISI

“Un centrosinistra asfittico, incapace di parlare alla città”

Non serve lamentarsi delle giravolte dell’establishment quando a Torino si è perso per manifesti limiti di governo e di visione culturale. Lo storico Berta invita il Pd a fare piuttosto i conti con la sconfitta e avverte: “Attenti, tra poco toccherà alla Regione”

“La borghesia torinese, la classe dirigente e imprenditoriale della città, ha l’attitudine a parlare bene di chi governa: fino a ieri viva Piero Fassino, oggi brava Chiara Appendino”. Davvero impossibile sorprendersi della giravolta dei Cinquestelle e dell’apertura illimitata di credito nei loro confronti di quel Sistema Torino da essi preso a nemico da abbattere in campagna elettorale e poi quale fedelissimo e devoto alleato una volta conquistato il potere? “Io sorpreso non lo sono affatto” risponde Giuseppe Berta, docente di Storia alla Bocconi, ma anche profondo conoscitore sia di quel mondo che oggi è salito, senza alcuna titubanza, sul carro dei vincitori (spesso indicando loro, ancora inesperti, la strada migliore e oliando alla bisogna le ruote), sia e non di meno del mondo dei vinti, quel centrosinistra di cui egli insieme a un altro intellettuale come Bruno Manghi fu ascoltato consigliere ai tempi dell’esordio di Sergio Chiamparino nella veste di sindaco.

“Non mi stupisce quello che è capitato, perché ci sono tanti calcoli di convenienza che convergono da una parte e dall’altra: chi oggi amministra la città non ha fatto nulla, nessun gesto minimamente sgarbato o critico verso quel sistema additato come da abbattere in campagna elettorale e dall’altra parte si sono aperte le porte alla sindaca Cinquestelle all’insegna di una domanda: perché non dovremmo metterci d’accordo?”. Davanti alla cinica reciproca convenienza non c’era proprio nulla che potesse fare quel centrosinistra uscito con le ossa rotte dal secondo turno delle comunali che, adesso – come affermato dal segretario del Pd torinese Fabrizio Morri – punta il dito contro quell’establishment cittadino “che da un giorno all’altro si è convertito al nuovo corso”?

Di quell’ineluttabilità, pur osservando l’attitudine di quella Torino che conta a stare dalla parte di chi governa, Berta non è convinto. Anzi, ribalta la questione e imputa proprio al Pd “o a quello che si è confermato, come ipotizzai anni addietro provocando il malumore di Fassino, un partito in franchising, un marchio che ognuno avrebbe applicato nella singola realtà a seconda dei gruppi di potere locale” la responsabilità di quanto è accaduto dopo la sconfitta. E che si sarebbe potuto evitare.

La tesi dell’autore di numerosi saggi (l’ultimo è Che Fine ha fatto il capitalismo italiano, Il Mulino) e in passato direttore dell’archivio Fiat, è che l’occasione per non perdere il rapporto con almeno gran parte della classe dirigente, imprenditoriale e finanziaria il Pd l’ha avuta, ma non l’ha colta. “Non penso che fosse nelle corde dell’establishment sostenere il cambio. Credo che gran parte di esso abbia votato Fassino. Il mutamento c’è stato dopo la sua sconfitta e questo per una ragione: il Pd si è sfaldato di colpo, il povero Fassino è apparso tramortito, ma soprattutto non c’è stata la reazione che io, credo come molti altri, mi sarei atteso, ovvero una seria analisi sulle ragioni di quel risultato elettorale”.

Berta, nel colloquio con lo Spiffero riprende un’analisi affidata di recente alle pagine de Il Mulino. “Dopo l’enfasi posta dai media sulla fine del lungo ciclo politico dominato dal centrosinistra e l’avvento di una giunta del M5s, presieduta dal sindaco più giovane che Torino abbia avuto, una volta spenti i riflettori dei telegiornali, non c’è stata nessuna discussione locale di una svolta che ha interessato persino la stampa internazionale – osserva lo storico –. Nessun confronto all’interno delle file, ormai sguarnite, di un centrosinistra asfittico e afasico, che ha patito la sconfitta quasi in silenzio, ma soprattutto nessun ragionamento di respiro tale da superare i limiti della cronaca, che ha finito per inghiottire per intero un cambio enfatizzato da tutti per la sua portata radicale”.

Anche la narrazione della città, la cui immagine “fordista e iperindustrialista del Novecento” sostituita da quella di “una realtà metropolitana variegata e plurale, vivificata dalle iniziative culturali e aperta al mondo quanto la precedente era stata chiusa nel perimetro delle sue fabbriche” era alla fine venuta meno. “E caduta questa narrativa, che l’ultimo centrosinistra aveva tentato di puntellare fino all’ultimo, recando a sostegno i numeri del turismo e della partecipazione alle manifestazioni culturali, essa non è stata sostituita nessun’altra”. Questa una delle ragioni della sconfitta. Ma la causa di ciò che Morri addita come una sorta di atteggiamento levantino dei poteri forti – dai vertici di banche e fondazioni ai nomi dell’industria e dell’imprenditoria –  per il docente della Bocconi sta nell’incapacità di reazione alla sconfitta stessa da parte del Pd.

“Capisco il sentimento di Morri, anche se non avrei fatto alcune battute – dice riferendosi al paragone con il fascismo azzardato dal segretario dem –. Ma è un fatto che quel sistema di governo si è sfaldato, sotto il peso del voto, senza dare luogo a nessuna discussione pubblica. Io che sono un anziano,  penso al dibattito che c’era in questa città anche solo ai tempi di Castellani. Un cambiamento così radicale nella storia amministrativa di una città un po’ di anni fa avrebbe dato luogo a un ampio confronto pubblico, in particolare tra coloro che avevano subito la sconfitta. Invece non è stata dedicata una sola serata per ragionare di fronte a un simile cambio”. Ragionamento che, avverte Berta “non significa dire che si è perso perché si è sbagliata la comunicazione o robe del genere, perché sarebbe una giustificazione alla Renzi. Sarebbe servita un’analisi seria, approfondita, senza alibi o riserve. Di fronte a un atteggiamento del genere, un rialzare subito la testa con proposte di impegno su temi capace di mobilitare, ecco io credo che l’atteggiamento di gran parte di chi ha scelto di aprire alla nuova amministrazione cittadina, anche in maniera molto evidente, sarebbe stato diverso”.

Invece, se è andata com’è andata la ragione va cercata in quello stordimento da cui il Pd non ha saputo uscire in fretta, senza invocare alibi. Ma pesa anche la figura della Appendino: “Una persona giovane che gode di buona stampa, ha un’aria moderna e mostra una palese volontà di appeasement coi gruppi dirigenti. La sua abilità – per Berta – è aver fatto un consiglio comunale con gente che ha avuto un netto miglioramento di mobilità sociale e quindi non le creerà mai alcun problema,  poi ha costituito una giunta di persone che potrebbero stare in ogni schieramento politico. Tutte queste cose si sono tradotte in un messaggio rassicurante per il sistema”.

Non nega, lo storico profondo conoscitore delle dinamiche torinesi, che “il tema delle periferie, brandito come un’arma durante la campagna elettorale dai Cinquestelle all’attacco del potere in carica, è scivolato ai margini, restando opaco com’era prima del cambio amministrativo” e “la Torino della  Appendino è una società sospesa, priva di un orientamento preciso e spesso in dubbio sulla possibilità di recuperarlo. Ha dismesso una retorica logora, senza però rimpiazzarla con nulla”.

E poi ci sono loro, Fassino e Chiamparino. “I due vecchi se ne stanno andando senza lasciare eredi”. Già, perché se oggi si ragiona (non sempre fino in fondo, in casa dem) della sconfitta patita in città, Berta osserva come il problema si ponga anche per la Regione: “Anziché chiedere nuovi impulsi attraverso rimpasti di giusta, bisognerebbe mettere sul tavolo  temi qualificanti. Penso, per esempio, alla salute: oggi c’è il boom dell’economia della salute. Perché non fare una serie riflessione su questi argomenti, guardare a sistemi moderni.  Se il traguardo è la Città della salute, vogliamo mettere insieme anche i temi dell’innovazione tecnologica?”. Il rischi dell’ente guidato da Chiamparino è quello di seguire il destino del suo capoluogo: “Questa città deve ridarsi qualche missione importante. Oggi, invece, vive alla giornata”. Ma se, Fassino e Chiamparino agli occhi dello storico e dell’analista hanno le loro responsabilità, Berta avverte: “I due hanno dei limiti, sono presenze che non hanno favorito il ricambio, peraltro non è nelle loro corde. La sconfitta è stato anche il portato di questa situazione. Però non si può continuare a dare la colpa soltanto a loro due. Gli altri dove sono, se ci sono?”.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    19:37 Domenica 14 Maggio 2017 dedocapellano Uomini mediocri.....politici mediocri

    Quando si ci abitua a vivere di rendita....... Torino citta' operaia dove si è' sviluppata una forte cultura "comunista", quando morì il povero Carpanini poteva essere rimpiazzato da chiunque basta fosse "comunista" e così inizio' la "folgorante" carriera di Sergio Chiamparino un uomo onesto ma modesto, e il suo essere modesto lo ha dimostrato ampiamente sia come sindaco di Torino sia come Presidente della Compagnia di San Paolo ecc ecc sotto il profilo lavorativo purtroppo il dato non è pervenuto non avendo mai lavorato. Sono d'accordo con Tandem....da politici mediocri risultati mediocri!

  2. avatar-4
    14:12 Domenica 14 Maggio 2017 tandem Limiti

    Non si poteva pretendere molto da due grigi funzionari di partito come Fassino e Chiamparino. Per tutta la vita hanno solo ricoperto incarichi pubblici per designazione del partito. Non ci sono paragoni, ad esempio, con un Avv. Oberto o ing. Castellani. Da politici mediocri risultati mediocri.....

  3. avatar-4
    10:34 Domenica 14 Maggio 2017 enzar MOBILITA' SOCIALE .............? squisita IRONIA

    “La sua abilità – per Berta – è aver fatto un consiglio comunale con gente che ha avuto un netto miglioramento di MOBILITA' SOCIALE (leggasi : gente che si è sistemata prendendo per i fondelli gli elettori) e quindi non le creerà mai alcun problema” . Esattamente è quello che accade sempre quando ci si affida a dei movimenti che non hanno nulla da spartire con la vera politica, dove prima vengono i progetti e gli ideali e non il proprio personale tornaconto. Purtroppo per il M5S Torino le elezioni politiche sono imminenti e se è anche vero che sindaco, giunta e consiglieri non si potranno ancora cacciare da Palazzo di Città, almeno dovranno smetterla di fare gli sbruffoni dopo che avranno visto cosa ne pensano i torinesi di questi inqualificabili personaggi.

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