Salone, bene comune

“Tempo di Libri” si è chiuso con un bilancio che qualcuno riassume con il termine “Flop”. La fiera milanese del libro, nata in contrapposizione a quella storica di Torino, non è stata accolta entusiasticamente dal pubblico. I dati degli accessi confermano la mancata affermazione dell’iniziativa libraria, così come testimoniano molte immagini riprese dai visitatori tra gli stand ed i padiglioni di Rho: ritratti di corridoi vuoti e misere file alle biglietterie, ignorati dalla stampa lombarda che ha voluto invece privilegiare i comunicati stampa ufficiali della manifestazione.

L’evento librario meneghino è stato organizzato da “La Fabbrica del Libro”, una joint venture costituita da Fiera Milano e Ediser (società di servizi dell’Associazione Italiana Editori). Questa ha valutato fosse infine giunto il momento di tirare le fila delle passate esperienze milanesi, seppur spesso terminate con clamorosi contrasti tra gli stessi organizzatori. Forse proprio per ricucire gli strappi del passato i promotori meneghini hanno voluto un grande rilancio della loro tradizionale iniziativa, anche a costo di urtare pesantemente gli interessi della vicina Torino.

La fiera milanese è stata ospitata a Rho, ossia in una periferia collegato dalla metropolitana al centro del capoluogo. Una sede extra urbana dalla location comunque poco affascinante. Probabilmente, non vi fosse stata la grande polemica mediatica che nei mesi scorsi ha contrapposto il capoluogo piemontese a Milano, “Tempo di Libri” sarebbe quasi certamente passato in sordina.

Lo sdoppiamento del salone degli editori era da tempo nell’aria. I torinesi vivevano in attesa di un ennesimo scippo ai danni della città a favore dell’invadente Milano. Essi sapevano, in cuor loro, che avrebbero presto perso la Fiera del Libro, annoverando la stessa tra le grandi sconfitte di una metropoli che nei decenni aveva dissipato tutto: capitale del regno, settore della moda, Rai ed infine Fiat.

La politica pedemontana, insensibile ai rumors dei suoi elettori, ha facilitato di fatto l’operazione di abbandono del Lingotto da parte dei grandi editori tramite una serie di scelte a dir poco suicide per il capoluogo: un asse politico idoneo ad umiliare ancora una volta la nostra città nel nome di visioni confuse e particolariste.

Nel 2015, il problema principale della classe politica Pd sembrava semplicemente quello di rimuovere a qualsiasi costo il presidente della Fondazione per il libro, Rolando Picchioni. Una priorità con precedenza assoluta su tutto quanto il resto, da realizzare velocemente e senza tener conto del terremoto che questa avrebbe causato nell’immediato. Evidentemente il presidente non era assoggettabile alla volontà della giunta regionale in carica, soprattutto a quella dell’Assessore alla cultura, oppure non degno di accedere al “Toretto magico” del potere locale (quel salotto che inghiotte le risorse culturali piemontesi) motivi per cui “l’epurazione” diventava inevitabile.

Probabilmente, non verrà mai offerta la possibilità di conoscere le vere ragioni che hanno condotto alla rovinosa caduta di Picchioni. Di certo la sua estromissione è parte di una serie iniziata nel periodo in cui Gianni Oliva assumeva l’incarico assessorile, proseguita sino ai nostri giorni (basta ricordare il caso Giacomo Bottino, Fondazione del Teatro, vedi Lo Spiffero del 19 ottobre 2011) senza alcuna soluzione di continuità.

Il dopo estromissione, nel caso della Fondazione per il Libro, è stato segnato da nomine prettamente politiche a cui sono seguite ulteriori polemiche, esclusioni ed una raffica di dimissioni a catena. Personalità spigolose hanno retto l’eredità di Picchioni, in compagnia di neo presidenti che provenivano da Milano (Giovanna Milella) ma di provata fede politica.

Insomma, se la volontà del Toretto magico era quella di indebolire la Fiera libraria, allora possiamo scrivere che la medesima è stata felicemente realizzata, sino a mettere pesantemente in dubbio il proseguo della ultra decennale manifestazione del Lingotto: nel 2017, all’inizio dell’anno, non era ancora chiaro quale fosse il suo destino.

Questa settimana, contro ogni funesta previsione compresa quelle del sottoscritto, verrà inaugurata la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, “Oltre i confini”, che si presenterà al pubblico con nuove ed inedite modalità.

Il senatore Gian Giacomo Migone, promotore a suo tempo di una petizione a favore della kermesse torinese, invita a lasciar da parte le polemiche per concentrarsi sull’evento oramai alle porte. Raccogliere la sua sollecitazione è doveroso, così come non lasciare all’oblio la successione dei fatti che hanno portato a rischio di chiusura definitiva ed a questa assurda situazione.

Godiamoci quindi l’insperata edizione del 2017 tra libri, eventi, ed incontri con autori. L’auspicio è che la classe dirigente di questa nostra regione non passi alla Storia solamente per quanto ha distrutto con rara maestria, o per la raccolta fondi affidata al web ideata da Parigi, ma per aver difeso il più grande patrimonio e bene comune di noi tutti: la Cultura.

Buon Salone a tutti.

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