ECONOMIA DOMESTICA

Confidi al collasso,
“Regione latitante”

Unionfidi sospende il rilascio di garanzie in attesa delle indicazioni di Bankitalia. Dopo il crac Eurofidi la crisi si estende. Il gigantismo di Confidare e gli sforzi di Ascomfidi. Porchietto chiama in causa il governo Chiamparino: “Succube delle banche”

Se ancora qualcuno auspicava segnali rassicuranti dal sistema dei confidi piemontesi, la decisione di sospendere il rilascio di nuove garanzie assunta da Unionfidi ha spento ogni illusione. Accendendo, invece, i fari su uno scenario sempre più drammatico per l’economia regionale e non solo. Va, innanzitutto, ricordato che se Eurofidi era (giacché si sta avviando al triste destino della liquidazione) il più grande consorzio di controgaranzie del Paese, pur essendo nato e cresciuto (forse a dismisura) a Torino, Unionfidi non è certo un soggetto di secondaria importanza nel contesto socioeconomico regionale. E che il cda abbia assunto, non certo a cuor leggero, la decisione di chiudere, almeno temporaneamente, alla concessione di nuove garanzie è l’ennesimo campanello d’allarme. Anzi, una sirena.

La misura assunta dalla società che ha sede al Lingotto e la sua matrice originaria nel sistema datoriale (Unione Industriale e Api di Torino) seppur giustamente preoccupa, peraltro non stupisce. Come scritto un paio di settimane fa dallo Spiffero, sul consorzio fidi che ha deciso di chiudere i rubinetti a potenziali nuovi clienti da un po’ grava l’attento sguardo di Bankitalia. Anzi, per essere precisi, gli ispettori di Palazzo Koch hanno terminato la loro “visita” alla fine di aprile e le indicazioni da parte della Vigilanza di Banca d’Italia conseguenti sono attese da un giorno all’altro. I funzionari avrebbero rilevato una situazione di notevole sofferenza ascrivibile, in particolare, a perdite su crediti inesigibili che hanno finito per erodere il patrimonio. E se per Unionfidi appare inevitabile l’ipotesi di una indispensabile ricapitalizzazione, sempre secondo indiscrezioni raccolte da fonti attendibili, a mettere in crisi finanziaria il consorzio sarebbe stata anche la svalutazione – riscontrata nell’ispezione, ma certo nota ai vertici – di un pacchetto di azioni di Veneto Banca acquistate in eccedenza rispetto al prestito subordinato concesso dall’istituto di credito veneto, finito nella bufera. La perdita, in questo caso, si aggirerebbe attorno a un milione 700mila euro.

Se, ancor prima che da Roma arrivino le attese prescrizioni, Unionfidi ha stabilito di sospendere il rilascio di nuove garanzie, di fatto la sua attività, motivi di apprensione ce ne sono. Certamente non meno rispetto a quando, dopo l’esplosione del caso Eurofidi, più d’uno prese a lanciare allarmi sulla tenuta dell’intero sistema dei confidi. Non è un caso che in queste ore accanto al nome di Unionfidi, si fanno pure quelli di Confidare (nato dalle ceneri di Confartigianato Fidi) di cui non sfugge l’allargamento ad altre regioni, una smania di “gigantismo” sul modello di Eurofidi, così come si vocifera degli sforzi profusi da Ascom Fidi per rimanere nei limiti operativi. A proposito di quest’ultimo consorzio, non pochi osservano come a dirigerlo sia Massimo Ariano, ovvero lo stesso manager con identico incarico ricoperto in Eurofidi.

Nomi diversi, sia pur simili nella desinenza, che rischiano di essere uniti in identico drammatico destino. Peraltro già un anno addietro quando la grana Eurofidi era ancora sotto la cenere, in un contestato intervento l’assessore regionale alle Partecipate, Giuseppina De Santis, aveva messo in discussione il modello e il ruolo dei consorzi fidi. Un’intemerata nient’affatto gradita, all’epoca, dai board dei consorzi. Ma, stranamente, rimasta una predica nel deserto. Perché se è vero che l’assessore De Santis mise sul tavolo la questione di un ruolo diverso e nuovo dei confidi, altrettanto vero che nulla in tal senso pare essersi mosso, tanto da arrivare alla drammatica situazione di Eurofidi e ai prodromi di altri analoghi scenari che potrebbero rappresentarsi assai presto.

L’eventualità, nel caso si ripeta quanto già accaduto per Eurofidi, di vedere la Regione come spettatore impotente di fronte al cedimento di uno dei pilastri dell’economia piemontese – soprattutto quella delle Pmi – appare più che probabile. A meno che in piazza Castello non si decida che è arrivato (da un po’, in verità) il tempo di cambiare. A chiederlo, per l’ennesima volta, è il centrodestra con l’ex assessore Claudia Porchietto che senza girare attorno alla questione va dritta al punto: “Fino a oggi in questo settore la politica della Regione è stata troppo influenzata e succube delle linea dettata dalle banche, che hanno scaricato sui confidi i clienti più difficili e le situazioni a maggior rischio di insolvenza. Salvo poi lasciare ancora una volta alla Regione tutti gli oneri, a partire dal riassorbimento di coloro che hanno perso il posto di lavoro”. Se questo, fino a oggi, è potuto accadere è perché l’azione  della Regione non è stata quella da molti attesa, da quegli stessi che oggi sia dal fronte politico – ed è naturale per l’opposizione – sia da quello imprenditoriale muovono sempre più dure critiche alla gestione De Santis.

Insomma, se per dirla con la Porchietto “nessuno se lo è visto ordinare dal medico di fare l’assessore e se uno non se la sente di affrontare a muso duro il sistema bancario e ridisegnare assetto e ruolo dei confidi per il tessuto imprenditoriale, allora…”. Eh sì, allora la questione di un cambio di passo su un terreno che si fa sempre più accidentato e pericoloso come quello dell’economia su cui potrebbe cadere il sistema dei confidi , per Sergio Chiamparino e il suo assessore si fa pressante. Del resto a invocarlo è stato lo stesso Pd, più volte con il capogruppo Davide Gariglio. “Da parte nostra – osserva Porchietto – abbiamo dato e ribadito la nostra disponibilità a collaborare per evitare pesanti conseguenze all’economia piemontese. Altri, nella maggioranza, dopo aver ammesso e indicato il problema, mi pare siano tornati a mettere la testa nella sabbia”.

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