Quale futuro per Torino e il Piemonte

Le questioni poste l’altro giorno da Giuseppe Berta pongono sul tappeto, in modo molto chiaro e diretto, l’esigenza di riflettere sull’esaurimento (o comunque sul grave logoramento) della funzione di leadership della classe dirigente politica, in particolare, che ha guidato il processo di trasformazione della città sabauda tra la prima metà degli anni ’90 del secolo scorso e il 2016. La sconfitta di Piero Fassino reca questo segno, molto più legato alla sanzione che i cittadini hanno voluto applicare a un intero collettivo politico, percepito ormai come “sistema di potere” e non più come élite legittimata a guidare la comunità. Cosa che, evidentemente, va ben oltre le responsabilità dell’ultimo sindaco di centrosinistra, il quale ha ben amministrato la città in condizioni difficilissime.

Così come va ben oltre le responsabilità di Sergio Chiamparino, protagonista insieme a Valentino Castellani del miracolo della Torino Olimpica, l’allarme-profezia che Giuseppe Berta lancia, evidenziando il rischio che quanto è accaduto per il Comune possa prossimamente succedere per la Regione, che oltretutto è stata segnata nello stesso arco di tempo da una ben più marcata alternanza nella funzione di comando.

Che fare, dunque, per mettere in campo robuste misure atte a fermare lo scivolamento ulteriore verso un declino del centrosinistra e della sua capacità di guidare gli importanti processi di cambiamento, alcuni dei quali già in atto, che inevitabilmente coinvolgeranno nei prossimi anni Torino e il Piemonte? Intanto, occorre partire da una constatazione. La lunga stagione di egemonia amministrativa del centrosinistra piemontese non si è fondata sulla forza di una tradizione politica. Prima e dopo la stagione di Diego Novelli, Torino ha visto in più di un’occasione prevalere governi cittadini di impronta moderata. E la stessa esperienza di Valentino Castellani, nella sua prima edizione, si è affermata in alternativa alla formula più tradizionale della sinistra, ancora una volta interpretata da Novelli.

La forza del centrosinistra torinese è stata “il progetto di trasformazione della città” e la capacità di aggrumare attorno ad esso non solo partiti e movimenti politici, ma anche le energie più fresche dell’impresa, del mondo del lavoro, della cultura e della scienza, delle professioni. Per dieci anni, quel progetto ha vissuto in “coabitazione” con governi regionali di centrodestra, ma la sua forza era tale da non venir scalfita e, in più di un’occasione, da imporre la propria visione anche alla giunta di piazza Castello.

Ho fatto questo passaggio per dire essenzialmente due cose, tra le molte che si possono dire partendo da Berta. La prima è che ancora da un progetto bisogna ripartire per riconquistare la leadership perduta e utile al rilancio della città nello scenario strategico del Nord-Ovest italiano. La seconda è che, a differenza delle puntate precedenti, questo progetto non può prescindere dalla costruzione di un nuovo rapporto tra Torino e il Piemonte e tra il Piemonte e le regioni territoriali vicine, italiane e non solo. Naturalmente, si tratta di mettere in gioco una riflessione collegiale approfondita, che a mio avviso non può più essere rimandata e per la quale provo sommessamente a fornire alcune suggestioni/provocazioni.

Torino è stata la prima capitale d’Italia; non è mai diventata, mai completamente se non sul piano amministrativo, capitale del Piemonte. La ricostruzione piena di questa funzione del capoluogo, anche in termini di egemonia culturale e di legittimazione da parte dei territori e delle comunità che costituiscono la regione piemontese, è essenziale per dare forza all’uno e agli altri. Su questo fronte c’è da fare molto, a cominciare dalle linee di connessione di carattere infrastrutturale. Molte aree del Piemonte, in particolare della parte orientale, hanno di fatto relazioni privilegiate con la Lombardia: per ragioni storico-economiche ma anche per le persistenti, endemiche difficoltà a costruire sul fronte dei collegamenti un sistema moderno ed efficiente di relazioni verso la metropoli torinese e verso l’interno del sistema piemontese. Naturalmente, e per altri aspetti, una riflessione analoga vale per il sud-ovest e per i suoi mai risolti problemi di relativo isolamento, e più in genere per tutta la parte meridionale della regione, talvolta non a caso percepita come un estensione oltre Appennino del territorio ligure.

A paragone con l’altra grande metropoli del Nord, della quale soffre la potente concorrenza e il primato, Torino dispone di un retroterra regionale molto meno popoloso (neppure la metà) e per larga parte investito da forze centrifughe, agenti verso la Lombardia. Occorre trovare rimedio e contenere questa tendenza.

La partita non si gioca, evidentemente, solo sul terreno infrastrutturale e trasportistico, peraltro anche il più complicato e costoso da organizzare. Sono diversi i campi su cui provare a cimentarsi. Quello della formazione e della ricerca. I tre principali atenei piemontesi (anche se non meno rilevante e il polo universitario di Pollenzo), forse anche perché non adeguatamente e diversamente stimolati dalle istituzioni politiche, declinano i loro rapporti reciproci prevalentemente nel segno della competizione e molto meno in quello della cooperazione. Si presentano così più gracili alla sfida con le colossali iniziative che si muovono appena oltre confine. Pensiamo soltanto alla nascente operazione “Human Technopole”.

Ancora, il riferimento può andare all’esperienza originale dei distretti industriali, vivi, attivi, in crisi, quasi morti, che punteggiano la vicenda storica e il presente della manifattura piemontese e che, nonostante le significative performances ottenute nel corso del tempo, sono a lungo rimasti in un cono d’ombra, poco percepiti nella loro rilevanza da una classe dirigente politica assorbita pressoché integralmente dal colosso dell’automobile e dal suo indotto.

Si può cambiare registro su questo fronte, pur senza accanirsi per tenere terapeuticamente in vita ciò che non ha più futuro, ma dotandosi di una strategia in grado di accompagnare l’evoluzione di quanto ancora c’è di potente nei sistemi produttivi locali, di investire sull’innovazione dei prodotti e dei processi e sulla loro diffusione, sull’internazionalizzazione che sfugge alle possibilità delle singole piccole imprese, sulla trasmissione e l’incremento delle conoscenze, sulla conservazione e sulla valorizzazione culturale delle tracce che i fenomeni di industrializzazione distrettuale hanno sedimentato nel corso del tempo? E si può mettere al servizio di un simile disegno un sistema coordinato di attori pubblici e privati, di istituti di credito e istituzioni culturali, di agenzie formative, enti scolastici e università?

O ancora si può lavorare per mettere finalmente a sistema quel complesso di potenzialità legate alla nuova frontiera del turismo culturale e del buon vivere, che hanno certo in Torino e nelle sue eccellenze museali, storiche e architettoniche un punto di spicco, ma che possono trovare arricchimento e alternative nell’altro Piemonte, che annovera una gamma ricchissima e articolata di offerta, la quale procede tuttavia a promuoversi verso l’esterno e nel mondo pezzo per pezzo, con i rispettivi punti di forza o di debolezza che ciascuno per proprio conto vanta o subisce?

Non meno rilevante del versante della coesione interna è quello che riguarda la capacità di Torino e del Piemonte di collocare le proprie dinamiche e prospettive di crescita nel contesto strategico di un’area territoriale più ampia e sovranazionale Su questo versante, pur senza trascurare le importanti e ineludibili relazioni con Milano, occorre a mio giudizio quantomeno tentare di equilibrare la prepotenza della forza centripeta lombarda con un’accorta politica di alleanze: verso Liguria e Valle d’Aosta in Italia, verso Rhone-Alpes e PACA in Francia. In questo contesto, Torino e il Piemonte possono essere uno degli snodi fondamentali di una macroregione europea di oltre 17 milioni di abitanti.

Un’euroregione, che la disciplina europea configura già sul piano giuridico, definendola con l’acronimo GECT, la cui costituzione per quanto ci riguarda fu varata ormai una decina di anni fa per impulso di Mercedes Bresso, e che non so a quale punto attuativo e/o operativo sia oggi giunta. Ma che al di là degli aspetti formali può assumere ora funzione concreta, proprio per collocare in un contesto di vastissima area scelte politiche che difficilmente possono dispiegare il loro potenziale solo su scala regionale.

Anche in questo caso, torna prepotente il tema delle connessioni, dei trasporti e delle infrastrutture. Si è più volte ripetuto in questi anni, come una delle vocazioni naturali del Piemonte, collegata alla realizzazione dei due grandi corridoi europei che lo attraverseranno, sia quella di essere naturale piattaforma di scambi per l’Italia del Nord-Ovest. Vero. Tuttavia, mentre seppur lentamente procede la realizzazione del Terzo Valico e della Torino-Lione, risulta essere un foglio ancora appena abbozzato quello che riguarda l’organizzazione delle relazioni tra porti liguri e retroporti piemontesi, e un foglio del tutto bianco la pagina che dovrebbe riguardare le relazioni tra il sistema ligure-piemontese e quello transalpino. So bene che non è facile far scaturire un disegno coerente da un sistema di relazioni politiche e istituzionali molto complesso. Ma è un sentiero che non si può evitare.

Milano dista da Torino 50 minuti in treno. Genova quasi due ore. Non va bene. Milano e Torino sono due metropoli che dialogano e litigano tra loro. Torino e Genova sono due mondi lontani, molto più di quanto Genova sia lontana da Milano. Tutto questo indebolisce Torino e il Piemonte. Vogliamo, giustamente, la linea ad alta capacità tra Torino e Lione per togliere merci e inquinamento dalle strade. Siamo in ritardo nel cercare di capire quali altre sinergie sia possibile realizzare, sul fronte dei servizi, della ricerca, della scienza e della formazione, dell’impresa e della cultura, tra la parte al di qua e quella al di là delle Alpi. E se quel benedetto buco che abbatterà un muro sarà solo una galleria per containers  o anche il varco in grado di aprire un futuro comune tra due comunità, che si rafforzano nel loro incontro. Ne’ molto diverso è il discorso che riguarda i rapporti tra la Liguria e i territori francesi snocciolati lungo la costa mediterranea o su di essa adagiati. In fondo, mi piace chiudere così queste suggestioni sparse e sperse, per un europeista convinto immaginare una nuova stagione di prosperità per il Piemonte e per i piemontesi si sposa naturalmente con il tentativo, forse troppo visionario e ambizioso, di vedere la propria regione protagonista della costruzione dal basso di un mattone di quell’Europa dei popoli, che oggi appare purtroppo come un sogno lontano.

*Daniele Borioli, senatore Pd

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