Dare del “lei” all’impresa

Cosa succede quando è una "lei" a guidare l’azienda? Si può essere moglie, mamma e manager contemporaneamente e con successo? «Assolutamente sì. Ma vanno messi in conto una determinazione di ferro e un bel po’ di sacrifici». Ne è convinta Marisa Delgrosso, amministratore delegato dell’omonima impresa manifatturiera torinese del settore dell’automotive e da febbraio presidente per Piemonte e Valle d’Aosta di Aidda, associazione che riunisce le donne imprenditrici e dirigenti d’azienda.

«Per me quella di diventare imprenditrice non è stata neppure una vera e propria scelta» racconta. «L’attività era di mio padre e sin da quando ero ragazzina tutto il mio tempo libero l’ho passato qui dentro, a darmi da fare: facevo le fotocopie, lavoravo in produzione. “Tutto serve” si diceva allora. Così, quando mi sono laureata in economia, ero già a tutti gli effetti parte dell’azienda e nessuno, me compresa, ha mai pensato che poi sarei andata altrove».

Si è mai pentita?
«Rifarei tutto da capo. In quegli anni ricevetti molte offerte in altri settori: la pubblica amministrazione, la scuola. Ecco, sa quando mi è capitato qualche ripensamento? Quando le mie figlie erano piccole e finiva la scuola. Le altre mamme portavano i figli al mare mentre ero impegnata col lavoro fino ad agosto. “Avessi fatto l’insegnante...” mi dicevo. Ma poi, tutto sommato, oggi sono contenta di quello che ho fatto».

Conciliare carriera e famiglia è possibile?
«Sì, per me lo è stato. Certo, bisogna delegare qualcosa. Farsi aiutare».

Anche dagli uomini?
«Ovvio! Mio marito è stato fondamentale, ha fatto di tutto. Bisogna organizzarsi, in famiglia come in azienda. E anche le mie figlie, che oggi lavorano, sono bravissime in questo».

Fa la manager in un settore, quello dell’industria, dove gli incarichi di vertice sono spesso prerogativa maschile. Mai sentita a disagio?
«Mi è capitato spesso di sedere a incontri nel mondo dell’imprenditoria dove eravamo due o tre in mezzo a cinquanta colleghi maschi. Diciamo che oggi veniamo viste con meno diffidenza rispetto a vent’anni fa. E si è meno in imbarazzo, da entrambe le parti, perché sono sempre di più le donne che siedono nei posti di potere. Insomma, è considerato più “normale”».

Il soffitto di cristallo è stato finalmente infranto?
«Diciamo in parte. Sono stati fatti molti passi avanti e ci sono un gran numero di piccole e medie imprese al femminile. Ma il discorso cambia per i consigli di amministrazione delle grandi aziende... molte porte restano ancora chiuse».

Sarebbe favorevole a introdurre quote rosa obbligatorie per legge, come ha fatto la pubblica amministrazione?
«Se serve a mettere in discussione il sistema perché no, ben vengano».

Ma qual è il valore aggiunto di una donna “al comando”?
«Siamo più disponibili all’ascolto, una qualità importantissima quando si prendono continuamente decisioni. E poi siamo “multitasking” per natura e questo ci rende certamente più flessibili».

Esiste la solidarietà femminile o nei luoghi di lavoro è più facile che le donne siano rivali?
«La competitività non è una questione di genere. Nella mia esperienza, ho trovato grande supporto tra le mie collaboratrici nei momenti di difficoltà. Che ho ricambiato, naturalmente».

Quali difficoltà affrontano oggi le giovani imprenditrici?
«Si lavora... troppo! Intendiamoci, non è che negli anni '80 o '90 non lavorassimo, eh. Ma oggi sono cambiati i ritmi: è tutto digitalizzato, le pretese del mercato e il mondo economico vanno ad una velocità sfrenata e per restare al passo bisogna essere sempre connessi. La tecnologia ci è venuta in aiuto ma ci ha anche resi schiavi: consultiamo compulsivamente lo smartphone tra mail, chiamate, chat. E finiamo per lavorare 24 ore al giorno e non staccare mai».

Cosa consiglia alle giovani manager iperconnesse?
«Non fatevi travolgere da questa velocità. Non lasciatevi mai demoralizzare. E soprattutto non isolatevi perché è importante confrontarsi con altre esperienze».

Come quelle “storiche” delle socie fondatrici dell’associazione, che martedì 23 maggio festeggerà 56 anni. L’Aidda nacque infatti proprio a Torino, nel maggio del 1961 e la presidente sta preparando un compleanno in grande stile, cui prenderà parte anche la prima cittadina Chiara Appendino.

La chiamerà sindaco o sindaca?
«La chiamerò come preferisce essere chiamata, naturalmente. Ma ammetto che questa declinazione dei nomi al femminile non mi piace, la trovo una forzatura. Come se avessimo bisogno di un vocabolo o di una festa, per sentirci rappresentate».

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