Il Salone “post”

Il Salone Internazionale del Libro, edizione numero 30, ha chiuso i battenti lunedì sera. I numeri degli ingressi e delle partecipazioni agli eventi in programma è la reale cartina tornasole di un indubbio successo: un esito oggettivamente positivo riconoscibile da chiunque (compresi i criticoni come chi scrive). 

L’amor proprio dei torinesi è riemerso dagli abissi dell’avvilimento, ed ha scelto di dare un segno di vita mostrandosi finalmente alla luce del giorno senza alcuna remora. L’impressione netta è quella che i medesimi abbiano voluto ribadire la loro azione resistente, innanzi a chi ha tentato l’ennesima rapina ai danni del capoluogo: “Il Salone non verrà delocalizzato”.

L’eterna città rivale, Milano, incassa la sua prima grande sconfitta nei confronti di Torino, perdendo la battaglia libraria avviata da lei stessa con scelte a dir poco discutibili. Da tre anni, nel mese di marzo, la metropoli meneghina ospita la rassegna “Book Pride”, fiera nazionale dell’editoria indipendente, riportando un buon successo di pubblico. La manifestazione ha convissuto in armonia con quella internazionale subalpina senza mai scatenare dinamiche competitive o concorrenziali. Una collaborazione positiva venuta meno grazie all’ostinata volontà milanese di creare un clone, sul proprio corpo urbano, dello storico salone del Lingotto. 

Questa volta però i fatti hanno invalidato il progetto meneghino e contemporaneamente hanno iniettato una massiccia dose di fiducia nelle vene dei torinesi (sentimento di cui sono privi da tempo immemore).

La comunicazione della trentesima edizione è stata affidata ad un interessante progetto grafico: un libro messo a cavaliere su un muro, probabilmente una delle innumerevoli barriere di cemento che sorgono come funghi in tutta Europa, consentendo ad una giovane fanciulla di issarsi alla sua sommità per guardare verso l’orizzonte colorato dall’alba. Un’immagine priva di retorica e ricca di poesia, perfetta per richiamare alla mente lo slogan dell’edizione 2017: “Oltre i confini”.

Effettivamente la rassegna è andata davvero oltre i confini: dibattiti ed incontri con autori lo dimostrano ampiamente. Un programma fitto nonché clamoroso frutto del guanto di sfida lanciato dalla vicina città-stato e raccolto coraggiosamente da Torino.

L’assenza di alcune grandi case editrici dai padiglioni di via Nizza non ha comportato consistenti conseguenze negative. I visitatori hanno scoperto rapidamente che il Salone si visita gradevolmenteanche se Mondadori, così come Rizzoli, ha disertato la fiera. Ancor più eclatante risulta l’ammissione pubblica di alcuni editori minori assenti dal Lingotto, e quindi affidata ai loro autori, del grande errore commesso nell’aver optato per Milano a scapito di Torino.

L’edizione 2017, la prima post “rischio chiusura”, può ritenersi senza dubbio un nuovo folgorante avvio. Purtroppo le ragioni che hanno determinato la scelta di anticipare la chiusura, alle ore 20 anziché le 22, non sono state pienamente comprese sia da molti espositori che dal pubblico. Il nuovo orario è stato pensato per dare spazio al Salone Off, giunto oramai al XIV anno, ossia il “Salone diffuso” che ha coinvolto le otto circoscrizioni torinesi ed alcuni comuni dell’area metropolitana.

Una miriade di eventi si sono tenuti presso le Case di quartiere ed in altre strutture al servizio della comunità. La fiera degli editori è stata distribuita in modo capillare sull’intera città, affiancandola alle proposte musicali di Narrazioni Jazz. L’apice delle iniziative si è raggiunto sabato notte quando il jazz ha tenuto banco non solo al Piccolo Regio ma anche in Vanchiglia così come in altre zone della nostra metropoli. Il nuovo clima politico cittadino è stato artefice di un importante cambiamento di rotta per quanto concerne il Salone: dato che è emerso nella conferenza stampa tradizionale di fine evento.

Nell’anno venturo sarà bene tenere comunque conto di alcuni limiti emersi nell’ultima edizione, tra questi sarebbe auspicabile un’informazione destinata al pubblico di maggior impatto: nei luoghi dedicati agli eventi esterni di rado ha campeggiato il logo del Salone del Libro, mentre informazioni scarne sono giunte all’attenzione dei visitatori del Lingotto su quanto avveniva per le vie della città dalle ore 20 in avanti. L’organizzazione di alcuni punti di incontro del dopo fiera è stata affidata in molti casi ad associazioni di via, così come ad altri privati, generando confusione ulteriore nel comprendere cosa fosse legato alla programmazione del Salone e cosa no.

Infine, a fronte di un’offerta culturale così vasta la Fondazione del libro ha ridotto consistentemente l’esternalizzazione delle attività organizzative e logistiche, senza questo abbia comportato pecche o crepe nel sistema logistico ed organizzativo.

Insomma, malgrado le pesanti mazzate assestate al Salone ed alla sua Fondazione e malgrado molti errori strategici fatti da alcune amministrazioni pubbliche sovra territoriali, il Salone Internazionale del Libro ha retto bene, compiendo addirittura un faticoso salto di qualità.

La vicina Milano trangugia amaro, ma siamo certi che non desisterà dal portare avanti la sua iniziativa e lo farà sempre in un’ottica di contrapposizione a quella piemontese. La palla torna al centro campo, tra le scarpe da giocodella classe politica locale a cui auguriamo, con tutto il cuore, il contropiede vittorioso anziché l’autogol a cui ci hanno abituati da tempo.

La Cultura combatte guerre e miseria, oggi il nuovo obiettivo è diffonderla rendendola accessibile a tutti: meta ambiziosa quanto imprescindibile.

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