Bene il “modello tedesco” 

Da sempre sappiamo che la riforma della legge elettorale è la madre di tutte le riforme. Ce lo diceva già, a noi ragazzi dell’epoca, Carlo Donat-Cattin ai corsi di formazione dei giovani della sinistra Dc. Non stupisce, pertanto, che proprio attorno alla futura legge elettorale ci sia un dibattito forte, quotidiano ed ossessivo. Certo, la riforma della legge elettorale non appassiona nessuno nella pubblica opinione, se non, come diceva con sarcasmo Mino Martinazzoli, i “parlamentari uscenti e quelli potenzialmente entranti”. Ed è così. Tutti gli altri, e cioè l’intera pubblica opinione italiana, guarda a questo confronto come ad un dibattito tra marziani. Eppure, al di là di questa ovvia considerazione, la legge elettorale è lo strumento decisivo per dire chi può governare, come governare e con chi governare. E quindi, di conseguenza, è una legge importante. Appunto, “la madre di tutte le riforme”.

Ora, per non passare in rassegna la trentina di proposte di legge depositate in Parlamento, credo che vada ancora fatta una riflessione. E cioè, quando si fa una legge non si può non tener conto del famoso “clima politico” che si respira in quel particolare momento nella società. E adesso, piaccia o non piaccia, il clima vira verso un impianto proporzionale che premia i singoli partiti e tendenzialmente ostile ad un approccio maggioritario e coalizionale. Del resto, il tripolarismo che caratterizza l’attuale geografia politica italiana conferma che è molto difficile mettere in campo alleanze di governo coese, compatte ed omogenee. Dove prevalgono i sospetti e addirittura le pregiudiziali personali e politiche tanto nel centro destra quando, soprattutto, nel centrosinistra.

Ecco perché, in un clima del genere, il cosiddetto “modello tedesco” può rappresentare, al di là di chi lo propone o lo caldeggia, una soluzione realistica e pertinente all’attuale contesto politico italiano. Metà dei deputati, e quindi dei senatori, eletti con una ripartizione rigorosamente proporzionale su base nazionale con listini corti e metà attraverso i collegi uninominali. Anche qui, però, con una ripartizione proporzionale. Cioè con una competizione nel proprio partito e tra i diversi territori.

Al di là delle convenienze di partito e dei singoli - unico metro, purtroppo, che regola la stesura della legge elettorale odierna - il cosiddetto “modello tedesco” può, dunque, rappresentare una risposta efficace, concreta e soprattutto realisticamente percorribile per risolvere il rebus della scelta dei futuri deputati e senatori. Sotto questo versante, fa bene Renzi a procedere con determinazione e coraggio per costruire un sistema che riesca a far convergere il maggior numero possibile di forze politiche. Certo, ultima ma non banale osservazione. Questo modello garantisce anche la governabilità e quindi la stabilità? In Germania certamente sì. Per motivi storici, culturali e politici di quel paese. In Italia, purtroppo, abbiamo un’altra storia alle spalle e un’altra fisionomia. Ma questo nodo, decisivo per il nostro sistema e per il futuro del nostro paese, dovranno affrontarlo e risolverlo le singole forze politiche. Sempreché anche questo sistema elettorale, se dovesse essere approvato dal Parlamento, non dia vita da subito ad una maggioranza di governo solida, compatta ed omogenea. Ma questo lo verificheremo solo dopo le elezioni.

*On. Giorgio Merlo, direzione nazionale Pd

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