2 GIUGNO

Una Repubblica (s)finita nel pantano

Settantun anni e dimostrarli tutti. La giovane fanciulla turrita è diventata una vecchia arcigna e rancorosa che guarda con diffidenza ogni novità. L'occasione mancata delle riforme costituzionali. C'è poco da festeggiare, afferma la giurista Poggi

Settantuno anni e più di “qualche acciacco”. Quella giovane turrita di belle speranze oggi ha i tratti di una donna incanutita soggiogata dall’età. Happy birthday Repubblica, quella “fondata sul lavoro” o forse, meglio, su un compromesso al ribasso di cui già quel primo articolo è figlio. Repubblica vecchia e consunta che, a dirla tutta, non gode certo di sana e robusta Costituzione, ma se la tiene così com’è. Ogni passo avanti sono due indietro e la Vecchia, intanto, arranca.

«Avremmo potuto dare un nuovo impulso a questo sistema e invece ci trasciniamo verso la paralisi». Non è ottimista Anna Maria Poggi, cattedra di diritto pubblico alla facoltà di Giurisprudenza, tra i saggi scelti da Giorgio Napolitano per scrivere la riforma costituzionale che il 4 dicembre è stata bocciata dagli italiani. Lei ci tiene a precisare che finché i politici non ci hanno messo le mani era molto meglio di come poi si è trasformata, ma comunque l’ha difesa allo stremo, durante tutta la campagna referendaria. «È stato un errore bocciare quella riforma – ripete ancora – sapevamo che qualcosa andava corretto ma sarebbe stata una scossa per tutto il sistema, tanto è vero che ora siamo tornati alla Prima Repubblica». Settanta e passa anni per tornare al punto di partenza, «ai partiti che occupano le istituzioni in maniera sempre più intollerabile» attraverso un processo rinvigorito dal proporzionale.

Altro che 2 giugno. Secondo la professoressa Poggi c’è ben poco da festeggiare. Che il problema sia proprio la Repubblica, un sistema di pesi e contrappesi farraginoso e burocratico? «Quella fu una decisione dei principali partiti che vinsero le elezioni, che poi De Gasperi sottrasse alla Costituente resosi conto dell’ampio consenso di cui ancora godeva la Monarchia in Italia e così si arrivò al referendum. Oggi il problema – prosegue Poggi – è capire che tipo di repubblica vogliamo. Io sono convinta che si debba transitare verso un sistema presidenziale o semipresidenziale, mentre con la legge elettorale che stanno per approvare torniamo al parlamentarismo con la partitocrazia di nuovo impegnata a occupare i gangli delle istituzioni», oltre al rischio di una più che probabile ingovernabilità. È questo lo scenario di “paralisi” di cui parla la professoressa che siede, tra l’altro, nel comitato di gestione della Compagnia di San Paolo. Tutta colpa del referendum? «Diciamo che questa situazione ne è in gran parte figlia, la dimostrazione che la maggioranza non sempre ha ragione». 

Non si riesce a cambiare la seconda parte della Costituzione, figuriamoci la prima: eppure tra gli osservatori più autorevoli non manca chi inizia a sollevare dei dubbi anche sui valori fondanti la nostra Carta. A partire dall’articolo uno. Che sia un po’ anacronistico? Insomma, ha ancora senso legare l’identità nazionale legata a un posto di lavoro? Anche in questo caso «fu uno scambio – racconta Poggi –. Chi ha studiato quei lunghi mesi della Costituente lo sa bene». Uno scambio tra Pci e Dc, a Togliatti l’articolo uno a De Gasperi quello successivo che sancisce la libertà individuale dei cittadini italiani, tanto per mettere le cose in chiaro rispetto alla dittatura del proletariato. Pari e patta. «La verità è che una Repubblica non può essere fondata su un unico valore, che si presta a letture fortemente ideologiche, spesso strumentalizzate» prosegue Poggi. Chi lo tira da una parte chi dall’altra, chi lo cerca nelle agenzie interinali, chi non trova di meglio che usarlo per coniare il nome dell’ultimo partito nato. Articolo 1, «come se agli altri la questione non interessasse». La Cgil lo tira in ballo «a sproposito» sui voucher: chi è a favore dei buoni lavoro è contro il lavoro, quindi contro la Repubblica e la sua carta fondamentale. Un po’ pretestuoso. «La Costituzione va contestualizzata, non usata come una clava da sbattere in testa agli avversari. È frutto di una storia che in parte è passata, finita». Questione ostica per una «classe dirigente che non sa guardare oltre il proprio naso».

Così si comprende anche l’inflazione di diritti: «Ci sono quelli dei giovani e degli anziani, degli italiani e degli stranieri, ogni categoria ormai ha i suoi diritti, persino gli animali – sbotta Poggi –. Io mi chiedo, però, quando potremo inserire nella nostra Carta i doveri che ha ogni cittadino nei confronti dello Stato: il servizio militare era uno di questi, ma è stato abolito». E intanto c’è chi profetizza: ora per altri vent’anni anni della Costituzione non si potrà cambiare una virgola. Happy birthday Repubblica.

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