Quando il terrore vince senza colpire

Londra, una serie di attacchi terroristici ha colpito la capitale inglese in due diversi punti contemporaneamente provocando almeno 7 morti e almeno 48 feriti. London Bridge e Borough Market le due aree colpite. Un primo attacco condotto con la tecnica del veicolo lanciato a forte velocità contro la folla. Una seconda azione portata a compimento con l’accoltellamento di civili inermi e la presenza di cinture esplosive. Un’azione parzialmente coordinata, di tipo low-cost, dal significativo successo operativo, e ad alto successo mediatico e propagandistico. Questo è l’obiettivo dei gruppi terroristici, di cui l’Isis è il capofila, unitamente alla volontà di creare terrore diffuso sempre più attraverso l’impiego di una tecnica consolidata ma in continua evoluzione: gli attacchi suicidi, in particolare quelli di tipo “commando”. La combinazione di questi elementi porta il fenomeno ad autoalimentarsi: l’amplificazione massmediatica dell’azione “spettacolare” alimenta il terrore in una sorta di circolo vizioso.

Quasi contemporaneamente, a Torino, una folla festante di fronte al maxi schermo allestito dall’amministrazione comunale in occasione della finale di Champions Juventus-Real Madrid, è stata colta dal panico travolgendo molte persone nel tentativo di abbandonare la piazza a seguito di un allarme. Ma se a Londra gli atti di terrorismo sono reali, portati a compimento utilizzando tecniche di combattimento mutuate dai campi di battaglia del Medioriente e adattate agli spazi delle città europee, a Torino gli effetti del terrore non sono da meno, seppur non vi sia stata la partecipazione di alcun terrorista armato. Eppure è bastata l’idea che si potesse trattare di un atto terroristico per portare ad un bilancio, al momento provvisorio, di oltre 1500 feriti, otto in codice rosso, di cui due molto gravi, una donna e un bambino. E se a Londra è intervenuta la polizia, supportata operativamente dalle forze armate recentemente schierate a difesa di obiettivi sensibili, a Torino le forze dell’ordine locali e nazionali, pur con grande capacità di reazione, hanno avuto difficoltà a gestire un punto critico quale Piazza San Carlo all’interno della quale erano presenti al momento dell’allarme oltre trentamila persone.

Indipendentemente dalle ragioni all’origine dell'accaduto – il crollo di una ringhiera, la rottura di una vetrina commerciale, l’esplosione di alcuni petardi o un falso quanto vergognoso “allarme bomba” – alcuni testimoni avrebbero riferito la presenza di paratie in vetro, nessuna compartimentazione per aree della piazza, vie di fuga di difficile riconoscimento; e ancora, a fronte del divieto di introduzione di bottiglie di vetro ai fini della sicurezza, altre testimonianze avrebbero riportato la presenza di venditori abusivi di bibite e alcolici in bottiglia all’interno dell’area di sicurezza. E proprio tali oggetti, abbandonati sulla piazza e rotti durante la corsa disperata delle migliaia di persone sarebbe la causa di molti dei ferimenti occorsi durante l’abbandono di Piazza San Carlo.

Questi sono i danni provocati dagli effetti di un terrorismo sempre più presente all’interno della nostra quotidianità: la percezione di insicurezza aumenta, al pari delle difficoltà da parte delle forze dell’ordine nel gestire un fenomeno sociale in fase di evoluzione progressiva. Ma è al tempo stesso la dimostrazione di quanto sia necessario comprendere la natura e la potenzialità delle nuove minacce alla sicurezza urbana e delle conseguenti misure di contrasto e contenimento da parte delle amministrazioni comunali. Un evento che, forse casualmente, è avvenuto nel capoluogo sabaudo – città preda di una crescente percezione di insicurezza – ma che è andato a colpire una città che da un anno è priva di un assessore alla Sicurezza, di quel soggetto che, dotato di specifiche competenze ed esperienze professionali è in grado, se non di prevedere fatti del genere, di predisporre le misure di reazione e limitazione dei danni materiali, economici e in termini di vite umane. E se nel caso di Londra possiamo parlare di “complessità della minaccia” asimmetrica, para-militare, e mutidirezionale, a Torino parliamo invece di parziale sottovalutazione, non tanto della minaccia in sé, quanto delle conseguenze della minaccia stessa.

Se è vero che a Torino vi è stata una limitata capacità di prevenzione, come dimostrerebbe l’introduzione all’interno di Piazza San Carlo di oggetti potenzialmente pericolosi, benché vietati (bottiglie di vetro), è altresì evidente che la location non fosse adeguata (due principali vie di fuga di cui una fortemente limitata e congestionata) e piccole vie laterali, presenza di limitatori di movimento ed ostacoli (transenne), accessi pericolosi ai parcheggi sotterranei.

Nel complesso possiamo parlare di test italiano all’eventualità di un vero e proprio atto di terrorismo; test non superato dalla città di Torino dove la psicosi-terrorismo si è sommata alla parziale reazione di contrasto e gestione dell’emergenza. La sicurezza ha un costo, ma l’insicurezza sociale ha un costo ben maggiore.

*Claudio Bertolotti, esperto di terrorismo e immigrazione, già capo sezione centro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan

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