Economia dell’ambiguità

Nell’economia dell’ambiguità, il Ministero dell’economia e delle finanze nostrano è sicuramente in corsa per la conquista della palma d’oro. Circa un anno fa (25 maggio 2016), il Ministro dell’economia Pier Carlo Padoan dichiarava a Bruxelles che il debito pubblico italiano non era diminuito ma che “si è stabilizzato, cioè ha smesso di crescere, e dovrà cominciare a scendere e scenderà molto rapidamente”. Ahinoi, nulla di quanto assicurava il Ministro s’è avverato! Il nostro debito pubblico ha continuato a macinare aumenti. In base agli ultimi dati della Banca d’Italia è complessivamente aumentato, dal maggio 2016 al marzo 2017, di 16,3 miliardi toccando, a fine marzo, il nuovo massimo di 2.260,3 miliardi di euro. La sua dimensione in rapporto al nostro prodotto interno lordo (pil), cioè a tutta la ricchezza che produciamo in un anno (1.500/1.600 miliardi di euro), fa collocare il debito pubblico italiano, nelle classifiche del Fondo monetario internazionale (Fmi), al secondo posto a livello mondiale (1° Giappone, 3° Stati Uniti).

Le “brillanti” performance del nostro debito pubblico non sono prive di (spiacevoli) conseguenze. Nell’economia dell’ambiguità si tace ad esempio che, mentre si sta raschiando il barile per trovare i 3,4 miliardi che Bruxelles ci impone di reperire nel 2017 per evitare procedure d’infrazione sui nostri conti pubblici (la cosiddetta “manovrina” in discussione al Parlamento), l’Italia ha pagato nel 2016, per interessi sul debito pubblico, 66,5 miliardi (760 miliardi nell’ultimo decennio). Ed è andata bene grazie a quanto sta facendo il Presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi per mantenere bassi i tassi d’interesse. Se i tassi d’interesse fossero aumentati, il conto per interessi sul nostro debito sarebbe stato ben più salato. In ogni caso, abbiamo pagato circa 20 “manovrine”. Ma si sa che Draghi un bel momento chiuderà il rubinetto. E allora, per i nostri conti pubblici, saranno guai ancora più seri.

Le stime del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea sulla crescita economica per il 2018 assegnano all’Italia la maglia nera: Fmi + 0,8%, su media mondiale di 3,6%; Commissione Ue 1,1%, su media dell’Unione europea di 1,8%. Gli indici non vanno santificati. Sono indicatori di tendenza, la cui validità si misura a consuntivo. In ogni caso, e comunque la si metta, le stime di crescita per l’Italia dicono che la ricchezza italiana, a differenza di quanto avviene un po’ in giro nel mondo, cresce pochissimo (lo conferma l’Istat per il primo trimestre 2017). Inutile a sottolinearsi che una crescita modesta non favorisce l’occupazione, l’aumento dei redditi – che determinerebbe l’aumento dei consumi –, la ripresa degli investimenti pubblici e privati, il miglioramento delle condizioni complessive degli italiani (4,7 milioni di italiani in povertà assoluta – reddito minore di 1.000 euro – e oltre 10 milioni in povertà relativa -difficoltà ad arrivare a fine mese coprendo tutte le spese).

Eppure, nell’audizione in Commissione bilancio per la preparazione del Documento di economia e finanza per il 2018, il Ministro Padoan dichiara che “l’andamento dell’economia è incoraggiante” e che, grazie a questo miglioramento, il Governo intende alleggerire il peso del fisco. L’alleggerimento del fisco non fa una grinza. Sarebbe perfettamente in linea con quanto sta avvenendo a livello mondiale (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, ecc.). Occorre tuttavia tener presente che, nonostante gli interventi già fatti dall’Italia in materia, il peso fiscale complessivo per le società arriva al 64,8%, e colloca per questo l’Italia al primo posto tra i principali paesi dell’Europa e del mondo (la Corte dei conti certifica il 25% in più della media europea). E tutti sappiamo come questa situazione limiti la competitività del Paese rispetto ad altri. Discorso simile per i cittadini italiani. Se le loro tasse fossero allineate a quelle della media dei paesi dell’Unione europea, pagherebbero in media 973 euro in meno.

C’è però il proverbio che dice che: “il veleno sta nella coda”. Sempre per restare fedele all’economia dell’ambiguità, Padoan però aggiunge alle dichiarazioni sull’«incoraggiante» andamento dell’economia che l’alleggerimento delle tasse avverrà “compatibilmente con le esigenze del bilancio”. Orbene, vedendo i disastrosi andamenti del bilancio dello Stato, ci si può mettere il cuore in pace fin da ora. Non ci sarà alcuna riduzione di tasse. Inoltre tace su dove e come si troveranno, oltre ai 10/15 miliardi già stimati per la manovra 2018, gli altri 7/10 miliardi che servirebbero per onorare il fiscal compact, cioè il patto che l’Italia (dissennatamente) ha sottoscritto nel 2012 e con il quale si è impegnata a ridurre il debito pubblico per vent’anni fino a contenerlo nel 60% del pil, come stabilito dal Trattato di Maastricht. Si fa finta che questa questione non esista. Ma il fiscal compact è già pienamente operante e l’Europa non mancherà di chiedere conto anche di questo.

L’economia dell’ambiguità trionfa poi in campo Iva. In base alla legge 190/2014 (art. 1, co. 718), per far quadrare i conti pubblici scatterebbero, dal 2018, le cosiddette “clausole di salvaguardia”. Si prevede, cioè, un corposo aumento dell’Iva che dovrebbe portare alle casse dello Stato 19,5 miliardi. Il Ministro Padoan –forse dimenticandole (?)– prima esclude, categoricamente, aumenti dell’Iva nel 2018. Poi cambia idea. Dice che è possibile un ritocco dell’Iva all’insù, in cambio di un abbassamento delle tasse sul lavoro. Il Segretario del PD Matteo Renzi lo riprende aspramente per questa apertura: guai a far passare il PD come il partito che aumenta le tasse! (Specie nell’imminenza di elezioni).

Nella “manovrina” citata prima però le clausole di salvaguardia non si ignorano. Dal 2018, l’Iva aumenterà comunque. La “manovrina” corregge soltanto le misure dell’aumento. L’aliquota del 10% passerà all’11,5 % (anziché al 12%). Quella ordinaria salirà dal 22% al 25% (e poi al 25,4% nel 2019, scendendo al 24,9% nel 2020, per poi riassestarsi sul 25% nel 2021). Naturalmente, chi vivrà vedrà. Cosa cambia rispetto a prima? Si potrà sostenere che l’Iva addirittura diminuirà poiché, attraverso la rimodulazione delle aliquote, porterà alle casse dello Stato soltanto più 15,2 miliardi anziché i precedenti 19,5. Forse, su tutta la questione Iva, i cittadini avrebbero diritto a qualche parola di chiarezza da parte del Ministro Padoan.

A conti fatti, carico fiscale e incertezze sui sistemi di tassazione sono tra le prime cause che fanno stare alla larga dall’Italia gli investitori stranieri. Ma fanno anche scappare dall’Italia le imprese italiane (ex Fiat insegna). Ciascuno può valutare se l’economia dell’ambiguità invogli e gli uni e gli altri a cambiare idea. 

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