Una corsa sui vetri

“Perché correte?”, domanda un esercente ad un gruppo di tifosi juventini in fuga su via Carlo Alberto dopo aver percorso a gran velocità via Maria Vittoria. I ragazzi, continuando a correre mentre trascinano due amici con le gambe sporche di sangue e a piedi nudi, rispondono: “Non lo sappiamo, ma c’è trambusto anche tra le forze dell’ordine, per cui meglio fuggire velocemente”.

La notte del 3 giugno, quasi al termine della finale della Champions, si è scatenato l’inferno su tutta piazza San Carlo: una piazza gremita all’inverosimile di tifoserie, passanti e turisti. L’allarme bomba, vero o falso esso fosse, ha gettato nel panico una folla compatta di migliaia di persone, dando vita ad una fuga generale che ha sconvolto vite umane e centro città.

In pochi minuti le vie limitrofe al salotto cittadino si sono trasformate in un tappeto di bottiglie rotte. L’asfalto si è tinto di rosso a causa del sangue versato da coloro che calpestavano i cocci di vetro nella foga della ricerca di una salvezza possibile (anche se da cosa non è dato sapere).

Compito delle autorità giudiziarie ed investigative sarà quello di stabilire se la paura collettiva è nata da un falso allarme, oppure se è stata scatenata appositamente da chi voleva in qualche modo causare dei morti (ossia un allarme lanciato in mezzo alla folla lasciando poi che il corso degli eventi si sviluppi in modo autonomo). Certamente però innanzi al dramma dei 1527 feriti, di cui alcuni in gravi condizioni, è emerso un clamoroso mancato controllo del territorio da parte delle autorità competenti, che non può risolversi ora con la ricerca di un capro espiatorio.

Alle ore 17, piazza San Carlo era piena all’inverosimile. Le vie di accesso a quell’ora erano già state chiuse a causa delle misure antiterrorismo ma anche da una marea di bancarelle collocate ovunque. Malgrado il divieto di vendere bibite in bottiglia rivolto ai locali pubblici, una marea di esercenti non autorizzati, in gran parte italiani, hanno preso posto sulle vie laterali della piazza così come al suo interno smerciando migliaia di birre in contenitori di vetro.

La corsa forsennata di chi guardava la partita sul maxi schermo è inciampata proprio su queste bottiglie che hanno procurato profonde lacerazione a migliaia di persone. Attualmente però non vi sono responsabili in merito a quanto accaduto. Nessuno è responsabile neppure per i cumuli di rifiuti lasciati dai paninari a fine nottata, i quali hanno levato le tende senza degnarsi di raccogliere le loro scatole vuote; infine nessuno è responsabile neanche per aver trasformato via Maria Vittoria e via Alfieri in latrine a cielo aperto dove tutti hanno urinato ovunque, prendendo soprattutto di mira l’edicola di via Alfieri (vandalizzata massicciamente) e l’area intorno alla chiesa San Filippo Neri.

Lo scenario del giorno dopo è agghiacciante. Oltre all’impietoso elenco dei numerosi feriti, tra cui due giovani donne ed un bambino in gravissime condizioni, il sangue secco presente sui marciapiedi e negli androni dei palazzi storici, dove in tanti hanno cercato rifugio, trasforma il cuore di Torino in una sorta di martoriata zona di guerra. Tra i commercianti vicini a piazza San Carlo qualcuno inizia a valutare una class action diretta contro il Comune e la Juventus, mentre altri semplicemente chiedono conto del motivo di tanto disamore per il capoluogo stesso.

Il paradosso è che la città non poteva evitare di concedere alla Juventus una piazza da sempre teatro di caroselli e feste per lo scudetto, ma quello che andava assolutamente scongiurato era l’eccessivo ammassamento di persone nonché la distribuzione di alcolici sin dal primo pomeriggio. In Spagna il maxischermo è stato collocato nello stadio del Real Madrid, dotato tra le altre cose anche di servizi igienici, invece a Torino in una piazza “chiusa” segnata da un clima di panico perenne da attentato.

In sintesi emerge con forza l’assenza di una qualsiasi forma di prevenzione e di controllo territoriale. Insomma a Torino, come nel resto del Paese, ognuno fa quel che vuole e questo è il risultato. Non si desidera qui invocare la repressione, che non amo, ma quella prevenzione che raramente viene esercitata nella giusta misura tramite presenza ed interventi mirati delle forze dell’ordine. Lo testimonia il dato che i carretti pieni di bibite ghiacciate sono passati indisturbati sotto lo sguardo di personale in divisa, malgrado i controlli effettuati nel pomeriggio nei confronti di auto dall’equipaggio sospetto.

Una piazza non è paragonabile ad una scatola elastica ed i numeri delle presenze in essa vanno contenuti avendo cura di garantire sempre ampie vie di fuga: cosa non valutata con la dovuta cognizione di causa in questa occasione come in tante altre (tra cui la notte bianca voluta per celebrare i 150 dell’Unità d’Italia in piazza Vittorio).

Mentre i media trascuravano i fatti accaduti all’ombra del Caval ‘d Bronz, i mezzi dell’Amiat avviavano la pulizia di piazza e vie adiacenti: azione protrattasi per almeno 20 ore consecutive. Le squadre ecologiche hanno faticosamente rimosso una mole enorme di spazzatura, separando dalla stessa zainetti abbandonati, scarpe ed effetti personali (quelli scampati agli sciacalli). Liberati da liquami e rottami vari, i locali storici e le edicole hanno potuto rilevare i consistenti danni dovuti agli atti vandalici, che esulano dal dramma abbattutosi sulla folla.

Una drammatica lezione, ennesima, di cui la città deve fare tesoro. Una delle tante che vengono impartite alla nostra sofferente Torino sin dai tempi del cinema Statuto, ma anche una grande dimostrazione di solidarietà da parte di tutti coloro, commercianti e condomini, che hanno aperto le loro porte a chi chiedeva aiuto (via Maria Vittoria si è trasformata in un enorme ospedale da campo). Occorre quindi ripartire sulla base di un elementare pensiero: nel caso vi fosse stata davvero la bomba cosa sarebbe accaduto, quanti sarebbero morti per una corsa insensata sui vetri e quanti per l’ordigno.

Cultura, lavoro e rispetto della legalità sono elementi essenziali su cui fondare un rinnovato rispetto dei torinesi verso Torino e soprattutto se stessi.

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