Adesso chi sceglie i candidati?

Il sistema elettorale ormai si sta definendo, salvo sorprese dell’ultima ora e sempre possibili, verso un ritorno ad una sorta di “proporzionale alla tedesca”. Una sorta perché il cosiddetto sistema tedesco è stato fortemente italianizzato e reso digeribile all’attuale sistema politico nostrano. Ma, al di là del sistema tedesco e del ritorno al proporzionale, c’è un aspetto che resta centrale e decisivo anche in questo sistema elettorale. E che merita una risposta concreta e tangibile. E cioè , per dirla in soldoni, come saranno scelti i candidati alla Camera e al Senato? Come vengono potenzialmente eletti - in attesa comunque sia dell’approvazione definitiva del Parlamento - già lo sappiamo. Ma sul “come” saranno scelti è un altro paio di maniche.

Ora, tutti sappiamo che i principali partiti italiani sono, di fatto, “personali”. Seppur con varianti e con modalità organizzative diverse. Ma il filo rosso che li lega è questo e, del resto, non è un mistero per nessuno. Certo, tutti parlano di primarie, di parlarmentarie, di consultazioni via web e baggianate simili. Ma tutti, e dico proprio tutti - almeno quelli che seguono queste “pratiche” - sanno perfettamente che si tratta di parole al vento e di semplice specchietto per le allodole. Non è, comunque sia, affatto facile sciogliere questo rebus. Cioè la selezione della classe dirigente parlamentare. Anche nel passato esistevano storture e limiti, seppur con diversi sistemi elettorali. Anche se la differenza di fondo con quella stagione era che semplicemente esistevano i partiti politici. Cioè comunità politiche radicate nel territorio, che elaboravano collegialmente il progetto politico del partito, che discutevano regolarmente nei vari organismi e che, in ultimo, emergeva anche una classe dirigente qualificata e rappresentativa. Certo, i leader esistevano anche allora. Eccome se esistevano. Ma, per dirla con Martinazzoli, esistevano i “leader” e non i “capi”.

Ora, i partiti di fatto non esistono più perché sono stati progressivamente sostituiti da cartelli elettorali funzionali al capo. Frutto dei tempi, indubbiamente, ma anche il prodotto di una politica che ha fatto della coppia personalizzazione/spettacolarizzazione la sua cifra distintiva. Eppure, adesso sulla scelta della futura classe dirigente sono chiamati a dare una risposta che non sia solo, e sempre, la solita “nomina” dei più cortigiani, dei più fedeli al capo e dei più ossequenti alle direttive che arrivano dall’alto.

Ecco, al di là delle regole elettorali, del profilo dei partiti e delle modalità concrete del far politica oggi, forse per le prossime elezioni i partiti, tutti i partiti, potrebbero avere un soprassalto d’orgoglio e copiare un po’ l’esperienza del passato quando i gruppi dirigenti del tempo si assumevano la responsabilità diretta di far “scendere in campo” coloro che ritenevano in quel particolare momento più adatti a sostenere la battaglia politica in prima linea. Senza finte primarie, senza finte parlamentarie, senza finti colloqui e senza finte consultazioni. E anche senza richiedere solo fedeltà e cortigianeria. Ne saranno capaci?

*On. Giorgio Merlo, Direzione nazionale Pd

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