GLORIE NOSTRANE

Cairo in politica salta un turno

La "discesa in campo" è nelle cose, ma avverrà al momento più opportuno. Per ora preferisce dedicarsi a consolidare il suo impero di carta (e tv) e rafforzare la sua immagine. E per lo sbarco in Piemonte del Corriere ha in mente un colpo gobbo

La cairologia insegna a cogliere il momento opportuno e Urbano Cairo finora ha mostrato innegabili qualità nello sfruttare le occasioni che gli si presentano. Attesa e decisione, ragione e sentimento, calcolo e azzardo: questione di tempo. Molti vedono la politica nel futuro prossimo dell’editore milanese, alessandrino “per caso”. «È un impegno grosso e gravoso e quindi non posso permettermi di fare discese in campo che non sto sicuramente pensando di fare». Appena cinque giorni fa le elezioni erano date pressoché certe per ottobre, molti scommettevano sul 24 settembre. Ma Cairo spegneva, con quella frase pronunciata a margine del quinto compleanno di uno dei suo innumerevoli settimanali, F, le voci sempre più insistenti di un suo imminente sbarco in politica. Voto troppo ravvicinato anche per uno lesto come il Cavaliere 2.0 – il primo giugno ha ricevuto l’onorificenza al Lavoro, esattamente quarant’anni dopo Silvio Berlusconi – si è detto. Oggi con la data del voto che torna – Matteo Renzi dixit – al 2018 e quindi si allontana rispetto a previsioni che parevano certezze, guadagna tempo prezioso e, soprattutto, allenta il pressing che estimatori e detrattori hanno iniziato a esercitare con crescente intensità.

L’imprenditore piemontese più lombardo che c’è (nato ad Abbazia di Masio, 1.500 abitanti nell’Alessandrino prossimo all’Astigiano, ma vissuto sempre a Milano) per ora derubrica a rumors giornalistici la sua immagina come quella del Macron italiano, spiega di «non essere tentato» da quella discesa in politica che molti immaginano e non pochi auspicherebbero. «Ipotesi giornalistiche legate all’apprezzamento per le cose che ho fatto, alla nomina a Cavaliere del lavoro che mi ha fatto molto piacere» ha ripetuto non si sa quanto convincente. Perché se non sarà – e non sarà, è certo – a questo prossimo, anche se non più imminente, turno elettorale, la discesa in campo di Cairo è un’eventualità più che possibile.

L’uomo entrato nella più banale delle leggende – gli uscieri che spengono le luci degli uffici non accorgendosi che lui è ancora al lavoro – resta sull’uscio della politica, ma non vi gira le spalle. L’accusa di filogrillismo gli scivola addosso come quando Berlusconi indulgeva all’ala più dura, financo scissionista della Lega o, peggio, con le sue tv blandiva la furia giustizialista del pool di mani Pulite. L’amicizia con Stefano Parisi non produce abbastanza megawatt – il brand del mancato sindaco di Milano – per accendere la luce sul campo in cui il presidente del Toro semmai deciderà di scendere lo farà con una squadra di serie A, strutturata e non una pur volenterosa formazione minore.

L’editore del Corriere e di La7 – dove il taglio drastico sulle spese, incominciando dai taxi non è affatto leggenda – non ha mai negato di subire il fascino della politica e pure quella descrizione del Giro d’Italia – portato nel centenario di Coppi nelle sue terre d’origine – “Un’Italia in marcia” –  non ha potuto che sembrare una traduzione dell’“en marche” del nuovo inquilino dell’Eliseo. «La citazione era causale» ha spiegato, l’interpretazione subliminale data, no. Così, tra smentite e boatos, accelerati e rallentati al ritmo della schizofrenica agenda politico-elettorale, l’efficientatore – com’è stato ribattezzato in virtù della sua scarsa propensione ad inventare, preferendo operare sull’esistente migliorandolo: dalla squadra di calcio ai giornali e alla televisione – resta un osservato speciale di altissimo rango.

Un giorno di tre anni fa davanti a un caffè, a Renzi disse che meglio degli ottanta euro sarebbero stati interventi per abbassare le tasse e agevolare le assunzioni di giovani da parte delle aziende. L’ex premier, come s’è visto, non gli diede retta. Oggi quel consiglio inascoltato, per alcuni, vale più di allora. Anche solo per una foto mentre prendono il caffè con lui, sai quanto pagherebbero aspiranti sindaci di ogni colore oggi in ballo alle comunali. Ma Cairo non è Farinetti, per dire. Se deciderà di muoversi – conferma l’ovvio chi lo conosce bene – lo fa in prima persona e per sé. Rapido, ma guardingo.

Da mesi, per dire, si vocifera con insistenza dello sbarco del Corsera in Piemonte, a Torino. La voce non è infondata, ma anche in questo caso il Cav 2.0 attende l’occasione propizia – in particolare gli effetti del matrimonio tra Stampa e Repubblica, che saranno assai più visibili nell’autunno rispetto ad oggi – per muoversi. Con determinazione, ma cautela. Magari, sempre secondo i pissipissi, concentrando gli sforzi – non eccessivi e sempre improntati all’efficienza delle risorse, umane e finanziarie – inizialmente più sul sud della regione evitando un torinocentrismo che in passato ha mostrato, altrove, tutti i suoi limiti. E poi, chissà, abbassando a un euro il costo del Corriere in abbinata con alcuni dei periodici “da parrucchiera” che Cairo ha saputo riesumare e rilanciare con successo. Un giornale, con altri giornali assieme, per la famiglia. E in una regione dove il giornale della Famiglia ha finito per ufficializzare quel more uxorio nell’aria da tempo, sarebbe una discesa in campo a dir poco interessante per Cairo. In attesa di quella che nessuno esclude. E non pochi si augurano.

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