Gregge o collettivo?

Vedere un deputato torinese, già sindaco di un noto comune della provincia, alla guida della sua grintosa autovettura e riconoscerlo solamente grazie al caratteristico bianco dell’occhio, che spicca in mezzo ad una perenne abbronzatura di tutto rispetto, è esperienza mistica quanto rivelatrice.

La visione consegna infatti la verità assoluta su come si manifesti oggi il concetto classista, ed anche un tantino snob, che si cela nel pensiero: “Io e poi tutti gli altri, io e la massa indifferenziata”. La metafora di tale affermazione raffigura, in realtà, lo scontro di classe attuale che si mostra in tutte le sue differenze rispetto a quello novecentesco. Confronto che è sintesi delle infinite contraddizioni sociali e dove vengono posti l’uno di fronte all’altro il lavoratore sfruttato e padrone (due categorie in realtà intramontabili, di cui al limite cambia la denominazione), ma anche il cosiddetto potere democratico (ossia chi lo esercita) e tutti coloro allineati alla sua indiscutibile soggezione (in sintesi chi lo subisce). 

Colui che era alla guida dell’auto di lusso è un personaggio noto in città, ma la descrizione della situazione di cui sopra potrebbe essere riprodotta con qualsiasi altro deputato di lunga carriera, oppure un sindaco che al contempo ricopra un ruolo dirigenziale nel quadro organico del partito politico in cui milita: in sintesi, con chiunque sia esplicitamente dotato della struttura fisica e mentale idonea per gestire la res publica senza troppe remore, e con il “giusto” polso che la difficile situazione richiede. Una rappresentazione della realtà che racchiude al suo interno coloro capaci di passare con un carro armato sopra ai cittadini, alla massa, e contemporaneamente occuparsi con estrema delicatezza dei propri preziosi affari.

Questi professionisti della politica sono sempre impeccabili: sicuri di sé e fini conoscitori della cosiddetta movida torinese (naturalmente quella del salotto VIP e non certo della moltitudine che VIP si crede solamente). A fatica è possibile immaginare costoro mentre sudano durante un dibattito pubblico, oppure nell’attimo in cui stillano passione e lacrime durante un confronto duro con l’avversario, così come nel manifestarsi di una situazione drammatica di politica interna ed economica. Personaggi patinati e perennemente al timone di comando grazie a quello stesso popolo da cui sono separati per mezzo di un lungo fossato pieno d’acqua.

I privilegiati e gli altri: quelli che faticano ad arrivare a fine mese, a volte pure al termine delle due prime settimane post stipendio; quelli che hanno contratti giornalieri non rinnovabili, oppure assunti poche ore ogni quindici giorni di disoccupazione; quelli che, correndo in preda al panico, cadono su quelle stesse bottiglie che hanno gettato a terra dopo l’ultima golata di birra; quelli a cui è preclusa ogni possibilità di avanzamento sociale, pur essi vivendo nella speranza e continua disillusione di poterne salire qualche gradino; quelli dello struscio domenicale o della fatica di vivere e di tirare avanti promettendo costantemente, e senza crederci troppo, ai propri figli una vita migliore che li sottragga alle logiche sempre più spietate dello sfruttamento.

Il dramma reale è che se la massa non fosse manipolata culturalmente da professionisti del settore potrebbe avocare a sé tutto quel potere che attualmente è monopolio di pochi. Eventualità fantasiosa allo stato attuale poiché il popolo (vecchio vocabolo sempre in voga) preferisce delegare ai suoi stessi carnefici la rappresentanza democratica, così da trasformarsi volontariamente in carne da macello, a fini consumistici e di consolidamento della ricchezza altrui.

In questo contesto bene si inseriscono le numerose pubblicità che ultimamente monopolizzano il digitale terrestre. Video raffiguranti persone che ballano incitate da una calda voce fuori campo. I personaggi sono stimolati a muoversi di più, e con gioia, poiché incitati ad una crescita esponenziale della propria autostima. Persone “importanti”, “che valgono e che sono una forza” a detta del commentatore, per cui è bene danzino di fronte ad un prodotto su uno scaffale oppure innanzi ad un’imperdibile promozione. E loro ballano felici sino alla parola fine.

Alcuni periodici hanno fatto, nei loro articoli e titoli, esplicito riferimento al “Gregge di piazza San Carlo”, fotografando idealmente quella marea umana nell’atto del fuggire ovunque senza neppure sapere da cosa. Ipoteticamente potremmo immaginare un gruppone formato da alcune decine di migliaia di persone che, in una buona percentuale, beve comprando coscientemente le bibite alcoliche da venditori abusivi per poi urinare ovunque (i maschietti), salire su monumenti ed edicole scampati miracolosamente dalla distruzione, e svignarsela a gambe levate calpestando donne e bambini alla prima sensazione di pericolo. Un quadro raccapricciante che si eleva brutalmente addirittura sopra l’inimmaginabile numero di feriti. Un quadro che involontariamente quel titolo, gregge, raffigura fedelmente.

Viene però da domandarsi chi ha voluto trasformare la comunità in moltitudine indistinta, e se il risultato desiderato dagli autori di tale involuzione culturale fosse una folla impazzita che fugge inseguita dai propri fantasmi, nonché dagli incubi quotidiani indotti dal potere in auge. Da decenni si semina odio e paura, certamente in misura superiore al necessario, affidandosi agli strati più fragili della popolazione: quelli abbandonati dal sostegno della scuola e dal welfare statale e che hanno nella televisione e nella rete i loro unici riferimenti. In tal contesto l’ora d’aria non si può negare e neppure la distribuzione regolare di panem et circenses, nel nome di uno sfrenato divertimento delle masse che renda il pensiero immune da ogni velleità di ribellione.

Automobili di lusso che corrono sull’asfalto, e volti abbronzatissimi che guardano “il gregge” dall’alto del loro potere democratico. L’arena di piazza San Carlo questa volta ha avuto esiti drammatici ed i “giochi” non hanno dato il risultato sperato. In chiusura un consiglio: bere meno birra e dimostrare a giornalisti distratti come un “gregge” possa farsi collettivo.

print_icon

1 Commenti

  1. avatar-4
    20:36 Giovedì 15 Giugno 2017 Conty Plebe o popolo?

    Caro Juri, sai benissimo che il \"gregge\" può anche non essere popolo. Marx parlava al riguardo di Lumpenproletariat (sottoproletariato), Neruda invece conferiva il \"titolo\" di popolo solo a quella parte dei cittadini che avevano acquisito coscienza di classe. Non è certo questo mio commento la sede adatta per iniziare a discutere (nel senso di confronto, non di litigio) se e quanta utopia vi sia nel concetto di popolo, inteso alla Neruda. O, per meglio dire, se l\'utopia sia mera illusione o disegno, progetto di un futuro possibile.

Inserisci un commento