INTERVISTA

“Ero pronto a lasciare il Governo”

Il ministro Costa vota contro la riforma del processo penale promossa dall’esecutivo di cui fa parte. “Sono stato coerente con le mie convinzioni e nessuno ha avuto da ridire”. Ma i maligni sospettano che l’incidente per uscire sia solo posticipato

“Avrei votato contro la riforma del processo penale, così come ho fatto, anche se questo avesse messo in gioco la mia presenza al governo”. Enrico Costa, lei al governo c’è ancora, ma un ministro che vota contro un provvedimento dell’esecutivo, su cui è stata pure posta la fiducia, non è cosa abituale, a dir poco. Davvero, nessuna conseguenza? “Assolutamente no, abbiamo appena finito il Consiglio dei ministri. Nessun problema”.

Titolare del dicastero degli Affari Regionali con Paolo Gentiloni, ma vice del guardasigilli Andrea Orlando nel governo Renzi, Costa esce da Palazzo Chigi senza essere entrato – come sarebbe probabilmente capitato ad altri in altri momenti – nella bufera per aver espresso meno di quarantott’ore prima quella sua contrarietà palese al Ddl sul processo penale che contiene allungamenti della prescrizione contro i quali il ministro piemontese si è sempre opposto. Chiamala, se vuoi, coerenza. E, se vuoi, metti sul piatto anche la lettura, maligna ma verosimile, di una ricerca dell’incidente per aprirsi strade già in parte tracciate verso il centrodestra, non più quello che dava il nome al suo partito, ma al centrodestra di Silvio Berlusconi. I tempi, visto l’allungarsi di quelli delle elezioni politiche, sarebbero stati comunque sbagliati.

Insomma, ministro, par di capire che non poteva non votare contro.
“Proprio così. Diciamo, che sarebbe stato innaturale che io avessi votato diversamente da come ho votato. Per chi conosce la mia partecipazione appassionata a questo tema non può pensare che sia stato un atto strumentale”.
Quindi i maligni che insinuano…
“Le malignità le sento anch’io, ma chi vede cose che non esistono, dovrebbe almeno mettersi d’accordo sulla direzione in cui io vorrei, secondo loro, andare. Dico di più: se quel voto fosse stato sei mesi fa o tra sei mesi avrebbe avuto da parte mia lo stesso atteggiamento. Secondo me è anche giusto se si ha un’opinione motivata si cerchi la forza per poter dire no. Ci sono temi e principi sui quali è difficile trovare il quieto vivere”.

Per lei impossibile trovarlo su quel testo, davvero così indigeribile, non si sarebbe potuto trovare una soluzione evitando il voto contrario di un ministro?
“Io credo di sì, ma non è stato così. Partiamo dall’inizio:  quello relativo alla prescrizione era un testo autonomo che poi è confluito al Senato nel Ddl penale. Il mio gruppo già quando il testo era alla Camera voleva votare contro, poi c’erano state delle rassicurazioni che sarebbe stato modificato al Senato in modo sostanziale e così alla fine ci si era astenuti. Poi, però al Senato le modifiche sono state a dir poco marginali e io mi ero sempre opposto a questo testo specifico perché, a mio avviso, la prescrizione è un elemento molto importante nell’ambito del processo. Rappresenta un punto di riferimento per il giudice per discutere la causa. È una spia che dovrebbe avvertire della necessità di accelerare. Ma se la prescrizione si allunga, ecco che manca anche lo stimolo a trattare il fascicolo in modo tempestivo. Un allungamento dei tempi di prescrizione, che resta sempre una sconfitta per lo Stato, alla fine se non è coniugato a un contenimento dei tempi dei processi provoca un dilatarsi ulteriore dei tempi stessi. Invece di avere un giorno verso cui accelerare si fissa una meta più lontana, con tutte le conseguenze negative. Pensiamo a un innocente che impiega anni e anni per vedersi riconosciuta la sua estraneità ai fatti”.

Se, però non si riescono a fare nei tempi giusti, i processi, basta allungare i termini della prescrizione?
“Qui sta il problema. E la soluzione non è a mio avviso lo spostare avanti i termini. E il problema è innanzitutto organizzativo. Non si può non tenere conto che ci sono tribunali dove non va in prescrizione quasi niente e altri dove si prescrive il 50%. Situazioni a parità di personale con performance diverse. Di fronte a questo io sono sempre stato dell’avviso che la prescrizione, restando una sconfitta dello Stato, deve garantisce una ragionevole durata del processo e non essere utilizzata per sopperire a mancanze e per affrontare problematiche che richiedono soluzioni diverse. Ritengo che, con questo provvedimento, si sia fatta una scelta senza che venisse coniugata a dei meccanismi di accelerazione”.

Resta convinto si sia persa un’occasione?
“Osservo che molti ritenevano che il provvedimenti potesse essere migliorato, poi però è stata messa la fiducia. Ma quando un testo ha tale e tanta opposizione tra gli addetti ai lavori così come tra i parlamentari che son costretti a votarlo con la fiducia e lo votano solo perché c’è la fiducia, forse qualche domanda è lecito porsela”.

Il dubbio se votare a favore non l’ha sfiorata neppure un momento, prima di premere il pulsante sia pure dai banchi del suo gruppo e non da quelli del Governo?
“No. Un voto favorevole sarebbe stato a dir poco contradditorio rispetto a quanto ho sempre sostenuto. Non è possibile immaginare che una persona resti sotto processo per 18 o 20 anni, per poi finire assolta. Se anche la risarciscono che cosa se ne fa di qualche decina di migliaia di euro dopo che ha la reputazione rovinata, la vita segnata? E pensiamo anche alla difficoltà, con tempi così lunghi, di potersi difendere provando fatti che risalgono ormai a molti anni addietro”.

Quindi il problema della lunghezza dei processi, a suo avviso, non si risolveranno con i nuovi termini della prescrizione?
“Temo, invece, che si aggraveranno”. 

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1 Commenti

  1. avatar-4
    10:31 Lunedì 19 Giugno 2017 tandem Che strano...

    Sono sempre tutti pronti a lasciare il governo, peccato che non lo lasciano mai....

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