POLITICA & SANITA'

“Milioni di italiani rinunciano alle cure” Lo dicono tutti, solo che è una bufala

Uno studio serio, su dati reali, smonta l'allarme lanciato dal Censis (con un'assicurazione privata) e propalato da giornali, tv e politici. "I conti non tornano", spiega il professor Costa dell'Università di Torino. Anzi, il sistema sanitario è "anticiclico". Piemonte virtuoso

Più di 12 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi nell’ultimo anno per motivi economici? “Non è vero”. Dopo l’allarme lanciato nei giorni scorsi dal Censis c’è chi contesta quei dati e anzi rivendica il ruolo “anticiclico” del sistema sanitario nazionale, che ha garantito le cure, “in particolare per le fasce più povere” anche negli anni più bui della crisi. A scegliere un’altra prospettiva (e anche altre ricerche) è il professor Giuseppe Costa, docente di Igiene presso l’Università di Torino, assieme al demografo Aldo Rosano e all’economista sanitario Cesare Cislaghi. I tre non ci stanno a vedere dipinti gli ospedali italiani come strutture che respingono, anziché accogliere, i pazienti più poveri, i quali a causa della propria indigenza addirittura rinuncerebbero a cure essenziali. “Non è così” ribadisce il professor Costa e per farlo prova semplicemente a incrociare i dati provenienti da diverse ricerche.   

“Dall’indagine europea sul reddito e le condizioni di vita delle famiglie (Eu-Silc) 2015, svolta su un campione di 73.204 italiani, risulta che il 67 per cento dichiara di avere una salute buona o ottima. Il 22% la definisce mediocre e l’11% cattiva o pessima – spiega il professor Costa –. Dunque coloro che si considerano malati sono in Italia circa 7 milioni e con minori problemi di salute altri 15 milioni. Si ricorda anche che in un anno i ricoveri ospedalieri sono circa 10 milioni, pari quindi a quasi la metà di coloro che non si ritengono in buona salute. Come fanno quindi a esserci, come viene scritto e detto dal Censis, 12 milioni di italiani che rinunciano del tutto alle cure? Sarebbero la metà di coloro che ne hanno bisogno”. Nella stessa indagine emerge che “solo” il 7,8% degli italiani (5 milioni) ha rinunciato a una prestazione (non, in generale, alle cure) per vari motivi tra cui il principale sicuramente è quello economico dichiarato da 4 milioni, una cifra ben al di sotto dei 12 milioni del Censis. Non solo, i dati italiani risultano sostanzialmente in linea con quelli di altri paesi europei come Svezia, dove rinunciano ad almeno una prestazione il 9,2% degli abitanti, Francia (6,3%), Danimarca (6,9%) e Germania (5,4%).

In questo quadro, il Piemonte è tra le regioni più virtuose. Insieme alle altre regioni del Nord-Ovest, si situa tra i livelli più bassi di frequenza di rinuncia alle cure (cioè ad una prestazione diversa da quelle dentali, come specificato nella ricerca europea), poco più del 4% della popolazione, corrispondente a circa 180mila piemontesi. Tra questi la gran parte rinuncia per ragioni economiche (poco più del 3% dei piemontesi, circa 140mila); il resto rinuncia per ragioni legate all’offerta.  Questa percentuale del 4% è rimasta abbastanza stabile negli ultimi 15 anni ma è aumentata la quota interna di chi rinuncia per ragioni economiche. A confronto col resto d’Italia (a parità di età, salute e livelli di povertà), “il Piemonte insieme alla Toscana  è tra le regioni a statuto ordinario che presentano la più bassa frequenza di rinuncia alle cure” dice Costa.

Insomma, va tutto bene? “Purtroppo no” precisa l’epidemiologo Costa, ma ci sono degli elementi che vanno sottolineati. Innanzitutto la crisi non ha acuito il numero di italiani che hanno rinunciato ad alcune prestazioni, seppur al loro interno sia incrementata la quota di chi ha deciso di rinunciare per motivi economici. “Questo significa che il Sistema sanitario nazionale ha retto l’urto grazie anche a un sistema di esenzioni, basate su reddito e malattie, che funziona”. Restano delle criticità da superare, “a partire dalle liste d’attesa che spesso disincentivano i pazienti a determinate prestazioni o li costringono a rivolgersi a privati”. E c’è, inoltre, il problema di un’Italia spaccata in due, con un Mezzogiorno certamente più penalizzato da una situazione economica generale dei cittadini più deficitaria e, allo stesso tempo, strutture meno efficaci rispetto al Centro-Nord.

Infine, è curioso che a lanciare un allarme sproporzionato rispetto alla situazione reale sia il Censis, al termine di una indagine condotta con Rbm salute (una assicurazione privata sanitaria) che nelle considerazioni a margine incentiva la sottoscrizione di una polizza come “protesi” di un sistema sanitario non in grado di rispondere alle esigenze degli abitanti. Un pizzico di dietrologia che spiegherebbe anche l’allarmismo generato da certe ricerche: “Non c’è dubbio che, specie in alcune regioni del Sud, il servizio sanitario è in difficoltà – dice il professor Costa – ma paventandone una morte imminente se ne propone una inutile e costosa protesi (una copertura assicurativa privata estesa) di cui non c’è alcuna reale evidenza di necessità e di efficacia”. Ma che anzi potrebbe essere dannosa se le fasce economicamente più abbienti dovessero scegliere questa strada a scapito della contribuzione, impedendo il ruolo di redistribuzione attraverso la sanità pubblica dello Stato. Insomma, “lo strumento assicurativo può essere utile se utilizzato con funzione integrativa e non sostitutiva del servizio sanitario nazionale”.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    16:04 Domenica 18 Giugno 2017 ecograffitv si ma attenzione all\'esenzione per reddito

    Anche le così definite esenzioni dal ticket, spesso anche per giovani, ha impedito la rinuncia alle cure. Dalla E01 alla E02 per reddito ecc. in generale se si verifica attentamente sono aumentate. Segno che c'è ancora troppa disoccupazione giovanile e numerose condizioni di disagio sociale da pensioni minime.

  2. avatar-4
    08:01 Domenica 18 Giugno 2017 tandem RIsponde Trilussa

    LA STATISTICA Sai ched' e' la statistica? E' 'na cosa che serve pe' fa' un conto in generale de la gente che nasce, che sta male, che more, che va in carcere e che sposa. Ma pe' me la statistica curiosa e' dove c'entra la percentuale, pe' via che, li', la media è sempre eguale puro co' la persona bisognosa. Me spiego: da li conti che se fanno seconno le statistiche d'adesso risurta che te tocca un pollo all' anno: e, se nun entra ne le spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso perche' c'e' un antro che ne magna due. Trilussa (Carlo Alberto Salustri), 1871-1950

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