ECONOMIA DOMESTICA

Commercio 4.0, negozi di vicinato e spesa a domicilio 

Di fronte all'ecatombe di esercizi che non hanno retto alla crisi, il settore prova a fare i conti con il mercato, coniugando tradizione e innovazione. Il ruolo della grande distribuzione e le politiche pubbliche. La sfida di Confesercenti

La crisi ha picchiato duro, le serrande abbassate per sempre hanno trasformato interi quartieri delle città in tante Spoon River nelle quali ogni insegna è una lapide, un epitaffio. Dal 2009 al 2017 in Piemonte si sono perse 4.142 imprese legate al commercio di prossimità: negozi, boutique, alimentari. A Torino il saldo è negativo per 1.706 unità che diventano 2.943 se si considera l’area metropolitana. Un quadro desolante denunciato anche da Giancarlo Banchieri, presidente regionale e provinciale di Confesercenti, che oggi celebra la sua assemblea nazionale al Museo dell’auto, alla presenza di Sergio Chiamparino e Chiara Appendino. Una sede forse inconsapevolmente simbolica che lega il passato da capitale delle quattro ruote con un futuro industriale (ancora) incerto. Eppure, mentre gli eredi del secolo ferrigno, dell’età delle bronzine programmano, come possono, una riconversione 4.0 di processi e produzioni, il settore del commercio è ancora segnato in larga misura da approcci tradizionali, perdurando l’abisso tra la piccola distribuzione e i colossi multinazionali.

Un comparto che prova a scrollarsi di dosso l’etichetta di pittima, capace solo a lamentarsi, poco propensa all’innovazione e diffidente di fronte a ogni novità. Dalle tasse alla burocrazia è lungo il cahier de doléances dei negozianti. E ne hanno ben donde. “Basti pensare che chi tratta alimenti arriva a pagare di Tari oltre 10mila euro all’anno”, poi ci sono le procedure amministrative sempre più farraginose, altro che smart city. Il proliferare della grande distribuzione, la prospettiva di una estensione della ztl alle 19, le restrizioni orarie per la vendita di alcolici: sono almeno tre i fronti aperti tra l’amministrazione di Torino e i piccoli esercenti. 

Intanto diminuiscono gli ambulanti – dai 12.689 del 2009 ai 12.118 del 2017 in Piemonte con una emorragia di 205 unità nella sola Torino – gli agenti di commercio (-2.101 a livello regionale, di cui -826 nel capoluogo) e i venditori al dettaglio con sede fissa (-4.374 in Piemonte, mentre nel capoluogo i negozi persi sono stati 1.628, passando da 13.122 a 11.494). È in questo contesto che la giunta grillina di Appendino ha dato il via libera ad altri 14 supermercati e centri commerciali, molti dei quali già previsti dalla passata amministrazione, aumentando la “grande delusione” di Banchieri, tra coloro che giudicano in modo più severo il primo anno di governo a cinque stelle. “In campagna elettorale la sindaca ci raccontava che ogni posto di lavoro assicurato dalla grande distribuzione corrispondeva alla perdita di sei nel piccolo commercio, ma poi ha proseguito esattamente sulla strada di chi c’era prima, anzi”.

Tra i pochi settori che reggono l’urto c’è il dettaglio alimentare e la somministrazione (bar, negozi, ristoranti), in cui gli esercizi s’incrementano anche in modo significativo. Queste tendenze trovano conferma nei dati sulla spesa media delle famiglie in Piemonte fra il 2007 e il 2015. A fronte di un calo medio del 4,8%, essa è aumentata del 5% per alimentari e bevande, del 4,9% per la ristorazione, mentre è diminuita di ben il 34,5% nell’abbigliamento. “Si tratta di cifre preoccupanti - commenta Banchieri - che dimostrano come la crisi, nonostante qualche segnale positivo, non sia ancora conclusa, anche se le difficoltà di alcuni settori derivano da fattori strutturali che persisteranno al di là della crisi stessa”.

Resta da capire in che modo si possa rilanciare il commercio di vicinato, a fronte di un mercato che cambia rapidamente, in cui non solo le grandi catene, ma anche la tecnologia rende più semplice la spesa, a partire dalla consegna a domicilio attraverso un semplice click. Negozi e boutique sono certamente dei presidi di legalità e strumenti di vita sociale per città e quartieri, ma come possono sopravvivere senza innovarsi pure loro? Gli industriali per essere più competitivi hanno imboccando la strada dell’Industria 4.0 e i piccoli commercianti? “Noi dobbiamo accettare la sfida dell’innovazione e lanciare il commercio di vicinato nell’era di internet” dice Barbieri che individua nella “formazione” lo strumento migliore per mettere i negozianti al passo coi tempi. C’è poi la necessità di fare sistema e offrire servizi aggiuntivi, “a partire dalle consegne a domicilio, in sinergia con le associazioni di volontariato per quelle persone anziane o disabili che non riescono più a uscire di casa per fare la spesa”. Contestualmente le istituzioni “devono fare di più contro l’abusivismo a partire dai quartieri della movida ed è per questo che abbiamo chiesto un incontro al prefetto” prosegue Barbieri. Al governo, invece, arriverà la proposta di destinare al piccolo commercio una quota parte della web tax imposta ai colossi della rete. La redistribuzione ai tempi di Amazon. 

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1 Commenti

  1. avatar-4
    10:33 Lunedì 19 Giugno 2017 già... “Ecatombe di esercizi che non hanno retto alla crisi”

    Quale crisi? State descrivendo la realtà di una famosa città turistica piena di premi nobel e di professori che fanno tanta buona cultura (tipo appendere un cavallo in una stanza come a Rivoli) e osate parlare di crisi?... Non vedete le orde di neo ricchi cinesi, arabi e oligarchi russi che invadono le vie del centro per fare acquisti di prodotti di alta gamma? Per non dire della clientela borghese alla “Palo Alto” che viene attirata dalle solide e innovative startup sabaude. E gli undicimila dipendenti comunali (sommati ai regionali e provinciali)? Non state mica insinuando che hanno tutti il braccino corto perché troppo abituati ad avere tutto gratis?...

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