Un dissesto soft

Negli ultimi giorni, la parola predissesto circola, con crescente insistenza, nel Palazzo della Città di Torino. L’ha insinuata la Corte dei conti - Sezione Regionale di Controllo per il Piemonte - con la deliberazione n. 116/2017 del 12 giugno. Analizzando il Rendiconto 2015 e il Bilancio preventivo 2016-2018 della Città, e riscontrandovi numerose irregolarità, violazioni di norme e “rilevanti elementi di squilibrio”, la Corte suggerisce di valutare anche il ricorso all’istituto del predissesto per riportare a regolarità i conti del Comune di Torino. Tenendo conto del consiglio della Corte, merita forse dedicare qualche parola a questa procedura prevista per i conti degli enti locali.

Il predissesto (secondo la norma che lo prevede, più correttamente, la “procedura di riequilibrio finanziario pluriennale”) vede la luce nel 2012 (art. 3, co. 1, lett. r, L.213/2012). Molti comuni sono in stato fallimentare. In base alle norme esistenti, dovrebbero deliberare il “dissesto finanziario”, dichiarare cioè di non essere più in grado di assolvere alle proprie funzioni, garantire i servizi pubblici e pagare i creditori (art. 244 e seguenti d. lgs. 267/2000). Se ciò avvenisse, verosimilmente si scatenerebbe una rivolta sociale difficilmente controllabile. Arriva allora il dissesto soft, cioè il predissesto (art. 243-bis e seguenti d. lgs. 267/2000). Lo stato fallimentare del comune esiste ma, per superarlo, si prevedono meccanismi meno devastanti di quelli stabiliti per il dissesto.

La ragione sottesa dell’introduzione del predissesto (meno nobile) è però un’altra. L’introduzione asseconda i desideri della classe politica locale, tanto che questa è subito affascinata dalla nuova invenzione giuridica. Le norme stabiliscono che gli amministratori locali riconosciuti responsabili di dissesto finanziario non possono ricoprire, per dieci anni, incarichi di assessore, revisore dei conti di enti locali e di rappresentante di enti locali presso altri enti pubblici e privati. Se la responsabilità del dissesto ricade su sindaci e presidenti di provincia costoro, oltre ai divieti appena detti, non sono candidabili, per dieci anni, alle cariche di sindaco, di presidente di provincia o di giunta regionale, di membro dei consigli comunali e provinciali, delle assemblee e consigli regionali, del Parlamento, del Parlamento europeo e altre cariche (art. 248, co. 5, d. lgs. 267/2000) In buona sostanza, la loro carriera politica è rovinata. Il predissesto è dunque un salvagente ultra gradito (infatti, è stato subito inteso come la grazia concessa agli amministratori locali colpevoli di mala amministrazione).

Ora, comunque, il predissesto fa parte delle norme contabili degli enti locali e va esaminato per come è strutturato. Intanto - se deliberato -, non dà luogo ai divieti e alle incandidabilità prima indicate. Prevede procedure di applicazione meno pesanti del dissesto. In primo luogo, si evita che venga nominato il cosiddetto “organo straordinario di liquidazione” (cioè un commissario) che affianca gli organi istituzionali dell’ente locale (consiglio, giunta) per gestire il risanamento. Il quale organo, se svolgendo le proprie funzioni accerta danni cagionati o all’ente o alle finanze pubbliche, ha l’obbligo di denunciarli alla Procura della Corte dei conti e al Ministero dell’interno. Con il predissesto, le cose si fanno in casa, senza la “pericolosa” presenza di terzi estranei. Il consiglio dell’ente locale delibera il predissesto e il piano pluriennale di riequilibrio finanziario (durata massima, dieci anni). Il piano deve, ovviamente, prevedere tutta una serie di misure rigorose in materia di tasse, mutui e spese che consentano il risanamento dei conti dell’ente. Il piano viene poi inviato alla competente sezione regionale della Corte dei conti. Se questa lo approva, lo si applica e la Corte controlla la correttezza dell’applicazione.

C’è però un punto che rende ulteriormente vantaggioso il ricorso al predissesto. Se il comune non è in grado di ritornare all’equilibrio finanziario con mezzi propri, può attingere a un fondo speciale denominato “Fondo di rotazione per assicurare la stabilità finanziaria degli enti locali”. Il Ministero dell’interno, d’intesa con quello dell’economia, accorda all’ente che applica la procedura di predissesto un’anticipazione, sulla base dei criteri stabiliti dalla legge. L’anticipazione va restituita con gli interessi in un periodo massimo di dieci anni.

La deliberazione della Corte dei conti n. 116/2017 – che, come detto, suggerisce alla Città di Torino di valutare, per il risanamento dei propri conti, anche il ricorso all’istituto del predissesto -, riguarda documenti contabili per lo più riconducibili alla precedente amministrazione. Ha quindi immediatamente acceso uno scontro tra l’ex sindaco di Torino Piero Fassino e l’attuale sindaca Chiara Appendino, con vivaci e reciproci scambi di invettive. Come naturale, ciascuno rivendica la bontà del suo operato. Né sarebbe potuto avvenire diversamente (le schermaglie politiche comprendono anche queste sceneggiate, peraltro assolutamente ininfluenti per la soluzione dei problemi). In ogni caso (almeno per ora), l’atto della Corte non condanna e non assolve alcuno dei due contendenti. Muove pesanti rilievi alla gestione della Giunta Fassino. Al contempo, prende atto delle assicurazioni della Giunta Appendino di voler rimettere la macchina in carreggiata. Su alcune delle quali, tuttavia, manifesta perplessità, non condivisione e, talora, anche dubbi di legittimità. Di qui, conclusivamente, la (pesante) richiesta alla Città di presentare alla Corte dei conti, entro il 30 settembre, un piano articolato di interventi per riportare a regolarità tutte le situazioni non conformi a legge. Inoltre, di presentare sempre alla Corte, per il prossimo triennio, due relazioni semestrali al 31 gennaio e al 31 luglio di ogni anno per informarla del processo di risanamento dei conti avviato.

Tra le situazioni irregolari, la Corte ne rileva alcune che risalirebbero addirittura agli anni 2002, 2004, 2007, 2010, per un valore complessivo di circa 760 milioni. Si tratta di garanzie date dal Comune di Torino, non contabilizzate, ma che aggraverebbero il suo indebitamento (a fine 2015, un po’ più di 3 miliardi) di tali 760 milioni. Chiede quindi la regolarizzazione anche di questa situazione.

Apprendendo tutte queste “meraviglie”, è auspicabile che il puntuale esame della Corte dei conti condotto con la deliberazione n. 116/2017 non resti un fatto fine a se stesso, destinato soltanto agli addetti ai lavori. La Corte dei conti potrebbe opportunamente completarlo indagando se ci siano state responsabilità amministrative e contabili nel creare la situazione di elevata precarietà nei conti del Comune di Torino. Dagli approfondimenti in questo senso, i cittadini riceverebbero un messaggio rassicurante che gli sfasci della finanza pubblica hanno autori con un nome e un cognome, chiamati a rendere conto personalmente se, per cattiva gestione, hanno causato danni ai loro quattrini (per l’appunto, la finanza pubblica).

A conti fatti, va però messa in chiaro una cosa. Quale che sia la strada che la Città di Torino seguirà per risanare il proprio sgangherato bilancio, predissesto o altro, il conto lo pagheranno ancora una volta i già ultra tartassati cittadini torinesi. Aumento delle tasse, riduzione dei servizi, manutenzioni rinviate a tempo indeterminato. Alla fine, è sempre pantalone che deve provvedere.

print_icon

0 Commenti

Inserisci un commento