Ora chiudete Askatasuna

A Torino lo stato di diritto viene sfidato, e battuto. Picchiata un Commissario donna della polizia di Stato, pestato con feroce violenza un altro poliziotto in maniera pesante, altri tre feriti: intervento delle unità anti-sommossa nel cuore di una movida torinese che non accetta regole. Triste epilogo quello di Vanchiglia dove lo Stato ha dovuto fare un passo indietro (e poi uno avanti e un altro indietro) di fronte alla violenza della peggior feccia a margine della società. Sono i fatti di piazzetta Santa Giulia del 20 giugno, pieno quartiere Vanchiglia, dopo quelli di piazza San Carlo e ancora quelli dei Murazzi pochi giorni fa.

Questi gli episodi più noti, per non parlare della quotidiana aggressività con cui soggetti di varie tipologie si appropriano della città, privando i cittadini della serenità quanto legittima quotidiana. Torino a se stessa dunque. Anarchici, squatter, asociali o semplici attaccabrighe che con la scusa di difendere i più deboli (in genere legati allo spaccio di droga, all’abusivismo, all’evasione fiscale) sfogano le proprie frustrazioni individuali; e così accade che immigrati clandestini si sentano nel giusto distribuendo a Porta Palazzo volantini inneggianti alla violenza, in cui si invita a “resistere” alla polizia, a non farsi trovare impreparati (il che si traduce in “pronti a combattere”).

Da qui alla guerriglia urbana, quella fatta di morti e feriti, il passo è breve. Anche perché morti e feriti a Torino già ci sono. Questi sono chiari indicatori di una situazione che potrebbe superare il dramma per trasformarsi in tragedia. Ma è una tragedia più volte annunciata. Chi ci difenderà? Come può il cittadino sentirsi al sicuro dalla violenza, dal sopruso e dall’illegalità se le istituzioni preposte alla sicurezza e all’ordine pubblico non possono (ma non che non vogliano) procedere in maniera efficace? Il problema è parte di quell’opinione pubblica che nel malinterpretato e arrogante senso del poter fare quel che si vuole, pur a dispetto della legalità e della giustizia, giustifica quei soggetti che occupano la città e ne fanno bivacco per le truppe cammellate, terreno di razzia e campo di battaglia.

Tutto ciò avviene lo stesso giorno in cui l’assessore allo Sport (e alla Sicurezza) afferma che a Torino è sufficiente il buon senso e il rispetto. Bene, che sia il rispetto allora, ma il rispetto della legge e delle istituzioni poiché il centro sociale Askatasuna, i cui aderenti e simpatizzanti avrebbero preso parte al violento attacco di Santa Giulia, non ha alcun diritto da vantare o da difendere. Si batte esclusivamente per la difesa di uno spazio conquistato illegalmente, con la violenza, con il disprezzo verso le regole di civile convivenza e della pace sociale. Una violenza che si impone sullo stato di diritto e ne fa carta straccia. Ma anche l’aspetto psico-sociale e il contesto hanno un peso determinante nella manifestazione di questa violenza senza limiti. Si tratta di giovani, ma tra loro molti trenta-quarantenni senza prospettiva, soggetti nel complesso mediocri, frustrati da una vita insoddisfacente e desiderosi di riscatto sociale; un riscatto che non può avvenire se non attraverso la violenza. Violenza tra l’altro amplificata da loro stessi attraverso i social network, è sufficiente guardare le foto relative ai fatti di Santa Giulia (o i Murazzi) per rendersene conto: mentre una componente aggredisce la polizia, un folto numero di supporter riprende con i propri cellulari per poi disseminarle sul web accompagnate da testi fuorvianti e ideologicamente imbarazzanti dove la polizia verrebbe presentata come carnefice anziché vittima.

L’Askatasuna deve essere sgomberato immediatamente, come prova dell’esistenza delle istituzioni nella città di Torino. Torno ancora una volta a ripetermi su un concetto cardine: la sfida sulla gestione della sfera di protezione, dentro la quale beni e persone devono essere messi al riparo da minacce e pericoli, è divenuta più impegnativa per ogni apparato di sicurezza che intenda perseguire con efficacia le minacce della criminalità organizzata, della microcriminalità, del terrorismo o della presenza di immigrazione clandestina, nonché ai cosiddetti target “sensibili” dell’habitat sociale. Quell’habitat social all’interno del quale oggi a Torino muovono indisturbati gruppi anti-sociali, violenti e pericolosi. Il riconoscimento della nuova e globale “società del rischio”, nella quale è sempre più difficile godere appieno la vita sociale, ci obbliga a un cambio di approccio concettuale che imponga alla politica di dar spazio d’azione a strumenti difensivi di prossimità e integrativi rispetto a quelli “tradizionali” espressi dagli apparati legittimati alla sicurezza del cittadino e al contenimento delle criticità che turbano la serenità collettiva. Torino è al bivio: o l’ordine e la sicurezza o il baratro. Delle due l’una. E Torino insegna: per l’amministrazione tutto fu salvo, tranne l’onore.

*Claudio Bertolotti, esperto di Sicurezza, Terrorismo e Immigrazione

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3 Commenti

  1. avatar-4
    12:05 Mercoledì 28 Giugno 2017 IoNonStoConOriana Interessante, ma con qualche limite

    In internet la ricerca di "Claudio Bertolotti" restituisce un ben vestito che afferma di essere laureato in storia e di possedere anche un dottorato. Il che significa che entrambi i titoli -per non parlare dell'abbigliamento elegante, del quale le persone serie diffidano ovviamente per principio- non mettono al riparo né dall'incompetenza né, come pare il caso, dalla malafede. La realtà è fortunatamente assai meno violenta, malevola e pericolosa di come questi inconcludenti frequentatori di ristoranti la ritraggono.

  2. avatar-4
    10:51 Venerdì 23 Giugno 2017 Elia Partigianeria d'alto (?) bordo

    La descrizione che fa lei della situazione è quantomeno interessata. Propone una visione totalmente in linea col principio che la legalità e la legge siano (e debbano essere) il bene supremo da proteggere. Il rispetto dello standard aldilà di qualsiasi possibile interferenza contestuale. Non so se nelle sue innumerevoli esperienze lavorative ha mai fatto caso che le leggi sono fatte ed elaborate da esseri umani, con particolari esigenze, propri interessi e spesso ben poco velate ideologie politiche di riferimento. La sua è una visione visibilmente di un uomo che nello Stato e con lo Stato vive. E' naturale che tenda a polarizzare eventi come questo, è il suo modus cogitandi. Tuttavia la invito a considerare che non necessariamente le esigenze della cittadinanza tutta possono corrispondere con quell'eccesso di estasi e zelo che nel testo ben si capta quando fa riferimento all'ordine e alle strutture di repressione per la creazione di un ambiente sociale sterile e ospedalizzato in cui lo Stato solo è assunto a dux foriero di unica verità. Una cosa non ho capito. Quale sarebbe secondo lei la misura di ciò che invoca? pogrom, polizia con cani nelle case sospette? Quali sono gli strumenti che ancora mancano allo Stato?

  3. avatar-4
    11:32 Giovedì 22 Giugno 2017 wN ignoranza

    Il suo articolo si basa su una visione del mondo torinese talmente bianca o nera che viene da preoccuparmi, queste analisi sono state svolte nello stesso modo quando era nella NATO? Vedendo i risultati in Afghanistan forse

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